venerdì 27 febbraio 2015

LA STRATEGIA DEL PIAGNISTEO PAGA?


E' noto che, da molti anni, una certa fetta di imprenditoria italiana è dedita al lamento. A volte giustamente (pressione fiscale, burocrazia, Stato) a volte per abitudine.

Oggi, leggendo La Repubblica, siamo sobbalzati. Un articolo a firma Diego Longhin riporta il pianto di una cinquantina di imprese alimentari "locali" che non sono più presenti all'Aeroporto di Torino con i loro prodotti. E per questo si sarebbero rivolte all'Assessore al Commercio del Comune di Torino (azionista di SAGAT, società di gestione dello Scalo) Domenico Mangone.

Il management dell'Aeroporto di Torino (che ricordiamo essere una realtà privata ma partecipata da Enti locali) ha deciso di vendere il ramo di business "negozi diretti" ad una multinazionale tedesca con base ad Amburgo - Heinemann Duty Free - al fine di assicurare un miglior servizio al pubblico.

Essendo i tedeschi una multinazionale, ovviamente, acquistano centralmente i prodotti distribuendoli nei punti vendita sparsi per il globo (servono più di 60 aeroporti nel mondo).
E si sa, chi acquista centralmente predilige i grandi marchi che assicurano organizzazione, consegne precise, logistica. E tende a trascurare i marchi locali magari eccellenti ma non organizzati con una filiera internazionale. C'est la vie.


I nostri imprenditori "locali" si sono trovati di fronte ad un cambio di gestione. Se prima dialogavano con un funzionario SAGAT si sono ritrovati davanti una società specializzata in "travel-retail".

Molti direbbero che questa è un'opportunità di allargare il proprio business, altri ne sarebbero terrorizzati.
Un consulente junior alle prime armi (ma anche noi avremmo dato questo consiglio gratis) avrebbe proposto di creare una cooperativa, un'Associazione, un marchio cappello e di presentarsi ai tedeschi con una proposta unica e magari esportabile anche all'estero.
Pare invece che ci siano stati approcci timidi di Heinemann, l'agire sparso delle aziende e poi il nulla.

Ora il lamento delle solite Associazioni di categoria e il coinvolgimento del politico di turno per "sensibilizzare" i vertici dell'Aeroporto (che ricordiamo essere pagati per attirare voli e non vendere food).
E' questa la soluzione giusta? Ovviamente no. Negli ultimi mesi hanno aperto in Aeroporto marchi come Borbonese, Guido Gobino, Tiger (catena danese ma molto "torinese") e ricollocato il negozio Venchi.

Perchè cinquanta imprese non hanno proposto al management una soluzione simile? O, come detto prima, non hanno presentato ad Heinemann un format "chiavi in mano"?
Cosa può fare un Assessore? E' forse pagato dalla collettività per fare l'export manager?

Siamo realmente basiti dalla reazione di certi imprenditori ai naturali cambiamenti ambientali. Sarebbe ora di imparare la lezione di Michele Ferrero, che frequentava pochi Assessori al Commercio e non delegava a loro il lavoro di imprenditore ...

giovedì 26 febbraio 2015

VOGLIA DI STARTUP - FANCEAT

Danna, Cremonini, Mosca il team vagamente hipster di Fanceat

Nei giorni scorsi ci ha colpito la storia di Fanceat, azienda che si propone di risolvere il problema del "mangiare di merda" alleviando le sofferenze di tanti professionisti e lavoratori fuori sede.

Abbiamo incontrato il CEO e co-founder Tommaso Cremonini.

Come nasce Fanceat? Raccontaci un aneddoto.

Ad ottobre 2013 io, Carlo Alberto (Danna) e altri tre studenti ci incontrammo per discutere insieme due idee diverse, che avevano come minimo comun denominatore la volontà di portare a casa dei clienti una spesa di altissima qualità. 
Carlo voleva garantire ai consumatori un servizio di spesa a domicilio acquistando i prodotti nelle botteghe indicate dal consumatore al momento dell'ordine. Io pensavo di offrire un servizio di spesa a domicilio con prodotti scelti direttamente dai produttori.
Le idee originarie furono completamente stravolte. Il vero bisogno da colmare è quello di offrire la possibilità di preparare pasti di qualità in poco tempo.

Nel Novembre 2013 partecipammo al primo Startup Weekend organizzato dall’I3P (l'incubatore di imprese del Politecnico di Torino).
Cinque mesi più tardi, verso fine Aprile 2014, del team originario rimanemmo io e Carlo a cui si aggiunse Giulio (Mosca) come Creative Director.

A Settembre 2014 fummo selezionati dall’acceleratore milanese 3040Regeneration per partecipare ad un evento dedicato alle startup del settore agroalimentare nella tenuta della famiglia Rana.
Il pitch fu un successo e Fanceat vinse un periodo di accelerazione.
Dopo un viaggio di esplorazione a Londra, durante il quale conoscemmo il cuoco italiano che ci aiuterà nella definizione delle ricette per il mercato inglese, riuscimmo a prendere i contatti con quelli che diventeranno i nostri partner per il servizio logistico.

Il 12 gennaio 2015 viene costituita Fanceat Srl innovativa e da fine marzo 2015 il servizio sarà online in beta test nella città di Milano
Il mese successivo è previsto un beta test anche su Londra, con la volontà di effettuare un A/B test dei mercati.

Cosa differenzia Fanceat dai concorrenti? Quale bisogno punta a soddisfare?
Fanceat al contrario degli altri competitor, vuole promuovere un esperienza italiana completa. Oltre ai semplici ingredienti, saranno allegati accessori per aiutare il cliente.   
Fanceat vuole diventare il primo brand a esportare lo stile di vita italiano raccontandolo attraverso le 4A che hanno reso l’Italia grande in tutto il Mondo: alimentare, automotive, arredamento e abbigliamento.
Questo è quello che ci differenzia da Blue Apron, Plated, Marzapane, Hellofresh, Eataly.net, Paisan e Quomi: noi non vogliamo vendere semplicemente degli ottimi ingredienti ma vogliamo vendere un’esperienza, uno stile di vita e uno status symbol.
Attraverso lo storytelling, le foto/video ricette annesse al box, con un booklet che racconta dei prodotti e l’inserimento di attrezzi da cucina vogliamo accompagnare il cliente nella creazione di un menù italiano che sia però portatore di tutti i nostri valori.

Spesso capita di tornare a casa dal lavoro (o dall’università come è stato nel nostro caso) tardi, stanchi, con poco tempo da dedicare alle proprie passioni e trovare il frigo vuoto. Nonostante la voglia di variare la propria alimentazione e la crescente propensione alla cucina, si ripropone costantemente lo stesso menù per mancanza di tempo, voglia, capacità o difficoltà di reperire ingredienti di qualità. Fanceat è il rimedio a questo problema.

Bisogna chiaramente puntualizzare che il nostro servizio è nato e sarà sviluppato sempre con focus sul mercato estero.
All’estero il nostro box sarà l’occasione per trascorrere una piacevole serata in casa in compagnia di amici, ricreando un’atmosfera e una convivialità a tavola tipicamente italiane.
In Italia invece stiamo lavorando molto sulle ricette per cercare di soddisfare questa fame di sapere e saper fare in cucina che da 3 anni a questa parte sta pervadendo tutti noi.

Il servizio pare essere "timesaving" per gli appassionati di cucina. Ma la spesa è uno dei momenti più importanti per un cooker. Come pensate di inserirvi in questo contesto?
Trattandosi di una vendita online, il confronto lo abbiamo sempre fatto con chi già acquista sul web ma secondo una modalità analoga ad un supermercato online.
Gli scaffali digitali da cui il cliente può scegliere il tipo di prodotti acquistabili rappresentano per ora la maggior parte degli e-commerce agroalimentari.
Ricerche di settore hanno però evidenziato come l’abitudine del consumatore stia sempre più vertendo verso le proposte di pacchetti già pronti. 
Per tale motivo si è ragionato su un modello in abbonamento dove il cliente può solo scegliere il menù, senza cambiare gli ingredienti (al massimo potrà cambiare il vino).
Inoltre il successo di alcune attività come Cortilia dimostrano che gli utenti italiani sono ormai pronti ad acquistare “kit” di prodotti freschi online in abbonamento, senza nemmeno poterli vedere, toccare o annusare.

Purtroppo il cliente o appassionato “integralista” (se mi passa il termine), che vuole verificare in prima persona la qualità dei prodotti scelti non sarà mai un potenziale cliente né del nostro servizio né di qualunque altra piattaforma online.
Per combattere l’eventuale diffidenza nei confronti del nostro modello di gestione abbiamo deciso di organizzare, con cadenza ancora da definire, piccoli eventi degustazione presso gli store dei nostri partner.

Come è strutturata la catena dei fornitori? Avete ceduto alla moda del Km0 o avete altri parametri di selezione?
Per una fase iniziale, visti i bassi volumi, ci appoggeremo ai due partner per il rifornimento degli ingredienti. Entrambi sono inseriti nella categoria “gourmet” con prodotti di prima scelta.
A regime gli ordini saranno fatti direttamente ai fornitori, per minimizzare i costi di approvvigionamento.
Abbiamo già trascorso innumerevoli weekend a scorrazzare per le Langhe, il Monferrato, il Vercellese e tante altre zone ricche di prodotti straordinari, raccontando il nostro progetto e raccogliendo feedback molto positivi.
I criteri principali non sono il km0 ma:
- L’offerta di una parziale porzionatura del prodotto al momento dell’ordine da parte del fornitore, così da facilitare i processi successivi di confezionamento;
- Una storia e una tradizione da raccontare.

Operativamente, qual'è il "customer journey" ideale del vostro cliente? Come avete strutturato la "customer experience"?
Il consumatore mostra un grado di competenza in campo alimentare in continua crescita. 
Il pericolo è trasformare questa “competenza” in diffidenza nei confronti della qualità dei nostri prodotti. 
Si è pensato a numerosi modi per instaurare un rapporto di fiducia tra team, consumatori e produttori: in primis sarà dedicata una pagina del sito web alla presentazione dei nostri fornitori, così da informare il cliente sulla provenienza dei prodotti che acquisterà e approfondire i dettagli della nostra filiera.
E’ stata integrata una instant-chat, attiva durante l’intero orario lavorativo, che permetterà al cliente di fare qualsiasi domanda e fugare ogni dubbio riguardante il servizio durante la  navigazione. 
Abbiamo poi predisposto uno spazio personale accessibile tramite log-in che permetterà di consultare lo storico dei propri acquisti, visualizzare velocemente i post del blog preferiti ed inserire le proprie preferenze alimentari (con conseguente ricezione di suggerimenti sul box che meglio potrebbe  soddisfare le sue esigenze). 
Una app mobile permetterà al cliente di essere sempre aggiornato sulle nostre offerte e di poter ordinare comodamente ovunque lui si trovi. 
Inoltre abbiamo inaugurato una community che si manifesterà attraverso un blog.
All’interno del blog sarà offerta anche la possibilità di inserire ricette di propria creazione e di votare quelle proposte degli altri utenti e da noi del team. Analizzando i feedback dei consumatori si potrà così renderli partecipi della fase di selezione dei menù proposti e quelli vincitori saranno inseriti nei box dei mesi successivi.  

http://www.fanceat.com/

Funzionamento


Ogni box contiene una cena per due persone, composta di due portate più una bottiglia di vino. Agli ingredienti sono allegate sia le video-ricette, per aiutare il cliente nella preparazione, sia le ricette stampate con la spiegazione dei passaggi necessari per la preparazione.


Entro fine marzo il servizio sarà attivo nella città di Milano.
Dopo circa un mese di test nel capoluogo meneghino il servizio partirà anche nella città di Londra con lo chef Guglielmo Arnulfo, titolare di un ristorante e un’enoteca italiani (rispettivamente l’Acciuga ed Enoteca Rabezzana).

Per entrambe le città il modello di vendita sarà analogo: servizio in abbonamento o carnet.
Chi acquista il box per la prima volta potrà disdire gratuitamente il servizio dopo la ricezione del primo menù.
Il carnet invece consentirà al cliente di prenotare in sconto 6 box.

Si agirà secondo la modalità seguente:
- Le consegne saranno effettuate tutti i giorni;
- I clienti potranno effettuare l’ordinazione entro le 17,00 del giorno di consegna precedente;
- In base agli ordini ricevuti, gli ingredienti necessari alla composizione dei box saranno forniti dai due partner e l’invio sarà delegato ai corrieri interni in fasce orarie definite dal cliente.

Oltre alla consegna a domicilio sarà garantito un secondo modello di vendita: il click & collect
L’acquisto del prodotto avverrà da web o app mobile ma il ritiro sarà effettuato presso un punto fisico (i due partner commerciali nelle città di Milano e Londra).

Il sito di Fanceat.

martedì 24 febbraio 2015

CRAI IN AEROPORTO - ESPERIMENTO DI TRAVEL RETAIL?


Parliamo poco di G.D.O. e Distribuzione Organizzata in Piemonte.
Ma oggi vogliamo segnalare un interessante esperimento commerciale.
Per la prima volta all'Aeroporto di Torino, una realtà del commercio alimentare organizzato apre un punto vendita. Questa realtà è la Codè Crai NordOvest (178 punti vendita in provincia di Torino).
Le dimensioni sono quelle della superette, aperto 7 giorni su 7 e con orario continuato (8/20).

Posto strategicamente al livello Arrivi dell'Aeroporto, il punto vendita si propone di raccogliere le esigenze degli operatori aeroportuali (un indotto di circa 3.000 persone) e dei normali fruitori della struttura.

Sarà un successo? Sicuramente il marchio Crai non ha grandi expertise nel segmento "travel-retail" e un precedente esperimento (di un'altra insegna) alla Stazione di Porta Nuova è fallito.
Ma in un periodo di stagnazione dei consumi, è giusto sperimentare ed avere coraggio.

Livello ARRIVI Aeroporto di Torino,
aperto 7 giorni su 7 con orario 8-20.

Il taglio del nastro all'Aeroporto di Torino

lunedì 23 febbraio 2015

MERENDA REALE - ALLA RISCOPERTA DI UN RITO POPOLARE


Grazie all'opera di TurismoTorino e Provincia dal 7 marzo 2015, durante tutti i weekend dell'anno, i turisti (e i torinesi) potranno rivivere il rito della Merenda Reale (QUI il link con informazioni e tariffe).
La Merenda Reale era ed è una tradizione sabauda che abbraccia il Settecento e l'Ottocento piemontese, passando dalla Corte dei Savoia ai Caffè storici del piccolo Regno.

Un rito popolare che abbracciava nobili, borghesia e clero.


Grazie alla Merenda Reale nacquero e si diffusero quei prodotti del gusto (dal "Bicerin" alla cioccolata, dai Savoiardi ai Garibaldi) che tanto hanno dato al panorama della pasticceria italiana.

La Merenda Reale ottocentesca verrà offerta dal Caffè Elena, dalla Gelateria Pepino, dal Neuv Caval'd Brons (che ci ha ospitato per la presentazione dell'iniziativa e da cui sono tratte le foto, NDR) e dalla Torrefazione Moderna.

Con soli 12€ a persona, quindi, è possibile tornare nell'Ottocento e gustare il "Bicerin" con una selezione di "bagnati" (i biscotti dell'epoca dal chifel al Savoiardo, dal Garibaldi al Bricciolano).

Sarà possibile anche degustare la Merenda Reale del Settecento (qui info).


Senza timore di smentita, si può affermare che la Merenda Reale fu la punta di diamante dell'economia del Gusto torinese. 
Nell'Ottocento diede fiato a centinaia di Caffè Storici, dando lavoro agli artigiani e alla nascente industria agroalimentare.

Un rito che, come affermato sopra, era realmente popolare.

Savoiardi artigianali

mercoledì 18 febbraio 2015

MASSIMO BOTTURA A TORINO

CAPRI Battery - J. Beuys - Mary Boone Gallery

Massimo Bottura, chef di fama globale e patron di Osteria Francescana, è "salito" a Torino nell'ambito degli incontri Eat-Art organizzati dalla Fondazione De Fornaris presso la GAM.

La grande Arte contemporanea è stato il centro dell'incontro, un dialogo che ha deliziato le centinaia di persone intervenute.
Citando Cattelan, De Dominicis, Ai Weiwei, Emilio Mazzoli e altri Bottura ha creato un link fra i suoi piatti e il messaggio artistico.
Il parallelo fra un piatto e l'ultima opera di Joseph Beuys - "Capri Battery" - ha poi definitivamente dimostrato che l'eccellenza in cucina non può prescindere da un patrimonio culturale.

Ma Bottura ha lanciato anche, attraverso frasi ad effetto, importanti messaggi al mondo della gastronomia italiana.

In estrema sintesi:

- L'eccellenza passa dagli artigiani e dai produttori che forniscono materia prima;
- Lo Chef non è un artista ma il link fra artigianato e pubblico;
- La gastronomia italiana ha un futuro (Baronetto e Crippa su tutti) ma non deve aver paura di aprirsi a nuovi stimoli;
- Il cibo locale e sostenibile non è moda, ma vera rivoluzione culinaria;
- Un grande Chef non cucina per lo stomaco ma per la mente.

Dall'incontro abbiamo capito una cosa. Alle tre stelle Michelin non possono arrivare tutti.
In conclusione l'intervista di Massimo Bottura rilasciata agli amici di Cocina Clandestina.


lunedì 16 febbraio 2015

MICHELE FERRERO. L'UOMO DELLE ICONE E DELLA NOSTRA INFANZIA


Michele Ferrero. Un nome che evoca ammirazione. Punto.
Cosa possiamo aggiungere noi, umili lavoratori forse privi di talento, su un uomo che viveva e faceva prosperare migliaia di famiglie sul suo talento di imprenditore e uomo marketing? Nulla. 

Questo post è infatti la spiegazione del perchè ammirare Michele Ferrero e del perchè è stato un soggetto unico per l'imprenditoria italiana.

DETERMINAZIONE
Alla morte del padre (Pietro Ferrero, morto nel 1949) prende in mano, con madre e zio, la piccola azienda artigianale e la trasforma in una corazzata capace di competere con colossi unici come Nestlè e Unilever. Tutto senza quotarsi in Borsa Valori, senza quasi dipendere dalle Banche, senza chiedere favori alla classe politica.

INTUIZIONE
Mentre i grandi marchi del cioccolato piemontese (Venchi, Talmone, Caffarel, Streglio, Peyrano) si dibattevano per sopravvivere dopo l'epoca d'oro, Michele Ferrero aveva già compreso che pubblicità, rete commerciale e rapporto con la nascente Distribuzione Organizzata erano le vere armi per creare valore.


UMILTA'
Testimoniano i tanti dipendenti Ferrero che Michele chiamava per nome i collaboratori, li salutava, chiedeva informazioni.
Se pensiamo all'arroganza di alcuni manager e Tycoon che neanche condividono gli spazi con i propri collaboratori ...
Una delle poche frasi rilasciate ai media cita: " il mio obiettivo è creare un'azienda che dia stabilità alle famiglie che ci lavorano dentro".

CONSAPEVOLEZZA
Michele Ferrero era consapevole che il successo di un prodotto deriva dalle scelte di acquisto del consumatore, la famosa "Valeria". Il consumatore compra e sancisce il valore o il disvalore di un'azienda.

Michele Ferrero è stato il più grande. Più grande di Berlusconi, Leonardo Del Vecchio, famiglia Benetton. Berlusconi e Benetton sono diventati "dipendenti" del sistema politico, Del Vecchio non è stato ancora capace di scindere famiglia e azienda.

Gli altri imprenditori non hanno i numeri nè il peso internazionale per poter essere comparati al gigante di Alba.
Unico neo, non aver lasciato un libro o una testimonianza per le future generazioni.

Il bel post di DISSAPORE su Michele Ferrero.
Intervista di Alfredo Pigna a Michele Ferrero nel 1966.

giovedì 12 febbraio 2015

EXPO 2015 - PERCHE' CREDERCI E PERCHE' NON CREDERCI


Parlare di Expo2015 (1 maggio 2015 - 31 ottobre 2015) è ormai lo sport nazionale per ogni testata e magazine.
Noi ci accodiamo, e dal momento che l'Expo dovrebbe essere incentrato sul "cibo" siamo anche nel giusto contesto.

A pochi mesi dallo start, le fazioni italiane sono due (lo schema guelfi/ghibellini imparato alle scuole medie non è mai andato in pensione) ovvero gli "Expo-ottimisti" (che "figata" l'evento) e i "No-Expo" (che "merda" questo evento).

Procediamo con ordine. La domanda di partenza è se credere o non credere nel valore aggiunto creato da Expo2015 per il "sistema Italia"
I numeri di Expo certificati dal Governo (al 4 settembre 2014) sono riportati nell'infografica sotto mentre esiste un sito con altri dati aggiornati (QUI):

LE RAGIONI DEGLI OTTIMISTI
 
A guidare la "fazione" degli "Expo-ottimisti" troviamo tre professionisti come Giacomo Biraghi, Alvise De Sanctis e Luca Ballarini. Non a caso hanno messo in rete il sito #Expottmisti al fine di creare cultura sull'evento, ribadire le ricadaute sul PIL italiano e sfatare i luoghi comuni intorno a Expo2015.

Un lavoro che sottolinea e mette in riga molti numeri e fatti, e che riassume anche le tante iniziative collaterali che i territori intorno a Milano e alla Lombardia stanno organizzando.

Torino con il calendario EXPO-To2015 punta, per esempio, ad intercettare i turisti via Milano e a replicare le passate Olimpiadi invernali 2006
Idem per le Langhe, Monferrato e Roero e tutti i territori turistici (dai Laghi alla Province di Vercelli e Novara)
Le iniziative pubbliche e private sono ormai numerose, più o meno coordinate fra loro.
Per esempio l'Aeroporto di Torino in collaborazione con Made in UVET organizza una serie di tour per stranieri focalizzati sulle eccellenze del Piemonte

Tutto questo attivismo verrà premiato? Ai posteri (e ai bilanci post-evento) l'ardua sentenza.

LE RAGIONI DEI PESSIMISTI
 
I "No-Expo", al contrario, sottolineano le ragioni del pessimismo e si sono moltiplicati negli ultimi mesi. L'Expo2015 è una cassa di risonanza anche per gli attacchi al Governo Renzi.

Certo non mancano gli errori grossolani. Per esempio all'Hangar Bicocca, durante lo svolgimento di Expo delle idee, nessuno ha pensato alle traduzioni simultanee (qui articolo de il CorriereDellaSera) relegando quindi l'evento al provincialismo italiano (e non sono neanche chiari gli output).

Ultima polemica è l'utilizzo dei volontari (troppi e troppo poco garantiti secondo i pessimisti) per la gestione manifestazione (qui approfondimento di Wired).



E' proprio la questione "ricadute occupazionali" ad essere uno dei nodi polemici maggiori sul presunto "fallimento" operazione Expo.

A luglio 2014 l'Osservatorio sul mercato del lavoro della provincia di Milano, a meno di un anno dall'evento, segnalava che le assunzioni legate all'Esposizione erano 3.442. 
A dicembre 2014 la Camera del Lavoro della CGIL di Milano portava il numero a 4.185

Da allora, in base alle dichiarazioni di Giuseppe Sala (commissario unico Expo2015), sono 'aperte' altre 5.200 nuove posizioni di lavoro. Si era parlato inizialmente di 240.000 posti 'stabili' e altri 70.000 temporanei.
Quando si vedranno?

Ma il primo grande punto interrogativo dei pessimisti è la qualità dei contenuti.
L'avvicinamento all'evento di Multinazionali del "junkfood" come Coca Cola Company e Unilever (con Algida, fornitore ufficiale dei gelati) ha fatto storcere il naso a molti, Slow Food in primis.

Proprio Carlin Petrini (però noi ci chiediamo dove erano i signori di Slow Food in fase di progettazione e di definizione della strategia) ha più volte lanciato accorati appelli per non trasformare Expo2015 in una Disneyland del cibo (il suo intervento a Expo delle Idee).

CONCLUSIONI

Permetteteci, a pochi giorni dall'inizio di Expo2015, di provare a tirare delle conclusioni.

Errori se ne sono fatti e se ne faranno, ma l'importanza dell'evento per il "sistema Italia" è innegabile. 
Miriadi di aziende grandi e piccole stanno investendo direttamente o indirettamente sul volano dell'Esposizione (previsti 20 milioni di presenze e 56 milioni di turisti stranieri in ingresso nel 2015).

Expo2015 ricalcherà l'attuale mercato del cibo mondiale
I grandi marchi in prima fila ad intercettare la massa e gli artigiani e i produttori di eccellenza ad intercettare i consumatori interessati al cibo sostenibile
Da questo punto di vista, con buona pace di Petrini, non cambierà nulla.
  

martedì 10 febbraio 2015

HAMBURGER GUERRILLA - LA FINE DELL'IMPERO E' VICINA?



Uno dei pilastri dell'Impero del "junkfood" mostra inesorabilmente le sue rughe.

Stiamo parlando di McDonald's che, nonostante le campagne pubblicitarie "cool", vive una crisi di identità e risultati che pare irreversibile (qui un bel post di Dissapore e un articolo di Secolo d'Italia).
Il 28 gennaio Don Thompson ha rassegnato le dimissioni da CEO a favore del dirigente Easterbrook.

Tante le cause della crisi, certificata dal calo del 20% sui profitti nel quarto trimestre 2014.

McDonald's co-gestisce 35.000 negozi nel mondo, di cui 14.200 negli USA
Ma proprio in casa nascono i concorrenti - da Shake Shack all'aggressivo Chipotle - molto più abili ad intercettare le nuove tendenze di mercato e le nuove fasce di consumo.

Per rispondere a queste nuove catene, McDonald's ha aggiunto negli ultimi anni oltre 200 nuovi prodotti, ingolfando il servizio e portando ad una crisi di identità (e un conseguente deterioramento della user experience). 
Se un consumatore si reca al "Mc" per spendere poco e mangiare veloce, perchè dovrebbe tornare se si spende di più e si mangia meno velocemente?

Inoltre il brand "Mc" non è credibile dal punto di vista salutista e appare vecchio agli occhi delle nuove generazioni.

Steve Ells, fondatore di Chipotle, è spietato da questo punto di vista - "Chipotle has created the new fast food model. Our vision is really resonating with teens, millennials, and Generation X.
A recent report from 2014 ranks Chipotle as the third most popular brand among teens, up from number eight in 2013. Gen X consumers were 33% more likely than average to choose Chipotle, with millennials Chipotle was even more popular. With customers in this group 75% more likely than average to choose Chipotle over other restaurants. We believe that our popularity among these younger consumers is tied to our vision and the growing interest in issues related to food and how it is raised".

Le catene giovani, seppur numericamente ancora piccole rispetto a "Mc", hanno inquadrato l'azienda dagli archi d'oro come la preda grossa da cacciare e stanno erodendo quote di mercato. La lotta di mercato è aggressiva, e non lascia prigionieri.

Il vento è cambiato, McDonald's non è più cool e  sempre più persone vogliono prezzi accessibili ma salubrità alimentare.
In grande si replica il successo di M**Bun, la piccola catena torinese che si è conquistata il suo spazio.

Il futuro di "Mc"? Non roseo. L'azienda sconta i tanti scandali alimentari in giro per il mondo ma anche il fatto di non essere mai diventato un "lovemark". A differenza di Starbucks (altro grande pusher di schifezze) il re dei "fastfood" è sempre più avvertito come locale/luogo "sfigato".

Il declino sarà lungo e forse non giungerà la morte definitiva. Ma il decorso della malattia sarà lungo.
Ottima notizia.
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