Interviste

Giorgio Airaudo: la mia visione di Torino del cibo

Dopo Chiara Appendino, Eat Piemonte ha incontrato il secondo torinese ad aver annunciato la propria candidatura alla carica di Sindaco per le elezioni amministrative di Torino 2016. Parliamo di Giorgio Airaudo (qui profilo della Camera dei Deputati).

Giorgio Airaudo, dopo Expo2015 Milano è al centro del dibattito fra economia e cibo. Torino rischia di vedersi sorpassata proprio in un settore che, da sempre, è invece fiore all’occhiello. Lei immagina una Torino Capitale del Cibo italiano?

Immagino Torino come una delle città italiane in cui intorno al cibo si possa creare un sistema capace di dare lavoro, veicolare nuovi stili di vita, impostare un diverso rapporto tra la città, l’area metropolitana e le zone rurali, rifondare un’economia con al centro un diverso modo di produrre e consumare. Torino però deve ridurre una distanza: quella tra la Torino delle eccellenze che può vantare una ristorazione di qualità, produzioni artigianali (e non) conosciute nel mondo, importanti eventi come Cioccolatò e il Salone del Gusto, il meticciato culturale di Terra Madre; e la Torino dell’approvvigionamento quotidiano del cibo. Qui ci sono i problemi di accessibilità a un cibo di qualità per tutte le persone, c’è il tema dell’aumento esponenziale degli Hard Discount (che è un segnale), c’è la crisi dei mercati rionali e dei piccoli negozi di prossimità, c’è la grande sfida di una distribuzione e di una logistica sostenibili.

Expo2015 mi pare sia stato, purtroppo, altro. E la competizione provinciale con Milano poco mi affascina. Del cibo mi interessa guardare sia la dimensione turistica e culturale sia, soprattutto, ciò che esso significa in termini di rapporto con il territorio, di qualità della vita e del lavoro.

È necessario aprire una stagione dove Torino identifichi, attraverso un processo ampio, la propria strategia in merito al cibo nelle sue diverse declinazioni. Gli esempi internazionali virtuosi in tal senso non mancano:  vedi Toronto, Bristol, Amsterdam. Sia nei lavori del piano strategico che in iniziative come “Nutrire Torino Metropolitana” si sono fatti importanti passi in avanti.

L’idea di una Food Commission proposta dal piano strategico mi pare interessante se accoglie entrambe le sfide: il cibo come marketing territoriale utile al turismo e il cibo come bisogno fondamentale e base di una società. Mi pare manchi al momento una vera dimensione strategica e un investimento concreto della politica. Soprattutto in quanto Sindaco di un’area metropolitana ampia mi propongo di farla diventare una priorità.

Le filiere del Cibo, nella visione di Giorgio Airaudo, sono motori per lo sviluppo del turismo inteso come posizionamento del brand “Torino”? Trova anomalo che Barcellona abbia, per esempio, un Museo del Cioccolato e Torino no? Oppure, a suo parere, sono altre le priorità?

Il binomio cibo e turismo è sicuramente un settore importante per il nostro territorio. Le iniziative in tal senso non possono che essere positive.

In questo, lo ripeto, la Food Commission potrà essere un buon strumento. Ma quello che ci preme è evitare lo scollamento tra la Torino del cibo come marketing e la Torino del cibo quotidiano che racconta un modo di produrre e consumare. Su questo è necessario ricostruire con tutta l’area metropolitana dei patti di filiera tra produttori, distributori e consumatori. Dobbiamo ristabilire un’equità che oggi non c’è più, anche perché schiacciata da concorrenze basate sul basso costo del lavoro e sulla scarsa qualità dei prodotti. In questo senso ci interessano per esempio le riflessioni sulla filiera corta e sui modello alternativi di distribuzione e consumo. Per intenderci, non puoi essere capitale di alcunché se il cibo è solo un oggetto vetrina e svendi il tuo territorio alla grande distribuzione.

Il tentativo di diversificazione dell’area metropolitana in ottica di aumento dei flussi turistici è stata una delle leve della gestione del Centro-Sinistra. A suo parere quali sono i punti di forza dell’offerta metropolitana per il Turismo e quali sono invece gli assi di miglioramento?

Negli ultimi due decenni Torino ha ridisegnato la sua fisionomia, trasformandosi da città mono-industriale a luogo della cultura guadagnando un ruolo significativo sulla scena europea, importante su quella italiana. È divenuta un modello di progettazione culturale ancora oggi diffuso, presente e attivo nell’identità della città.

Il restauro e la riconversione del patrimonio architettonico della città nel più grande polo culturale del nord Italia è di sicuro la vittoria di un’intera comunità. Punto di forza è inoltre il tentativo riuscito di messa in rete del patrimonio culturale torinese e piemontese attraverso un buon marketing territoriale verso l’estero, che ha prodotto una migliore propensione internazionale del territorio.

Torino è però anche una città che sta vivendo una doppia crisi. Entrata definitivamente in difficoltà la produzione legata alla grande industria, dopo il 2008 anche il distretto culturale – che comprende musei, cinema, teatri oltre a una rete di rilievo composta da spazi indipendenti – si è avvitato in uno stato di grave sofferenza. Per far fronte a questa situazione si è unicamente proposta la città quale contenitore di grandi eventi lasciando però in sospeso un interrogativo fondamentale per quel che concerne le politiche attuali e future: nello sviluppo urbano, quale ruolo potranno ricoprire la cultura e le professionalità ad essa collegate?

Se poi vogliamo parlare di turismo, un asse di miglioramento è la sprovincializzazione di Torino in alcuni ambiti. È turistica una città che parla inglese, è turistica una città con un campeggio comodo e attrezzato, è turistica una città in cui la metro non chiude alle 22 il lunedì sera e magari non chiude del tutto nel weekend.

Un’ultima cosa: un altro elemento fragile del sistema è l’Aeroporto di Torino, sia per i collegamenti che per la scarsa fruibilità legata ai ritardi del ripristino della Torino Ceres e lo scarso collegamento con altri territori turistici come le Langhe e la stessa Liguria.

Giorgio Airaudo

L’offerta culturale è strettamente legata al potere di attrazione del “brand” Torino. Citiamo ClubToClub e Movement, ma anche VieW Conference, le Fiere d’Arte, TODays e il Jazz Festival. Manifestazioni a volte sostenute pesantemente dall’Amministrazione a volte lasciate all’impegno dei privati.

Su quali manifestazioni punterebbe l’Amministrazione targata Giorgio Airaudo e come ri-definirebbe il ruolo della Fondazione per la Cultura?

ClubToClub e il Torino Film Festival sono due buon esempi per dire che si possono fare grandi progetti senza dimenticarsi la scena che li ha portati sotto i grandi riflettori.

Sono eventi liberi, europei, sempre giovani e indipendenti. E non sono sordo verso chi fa notare, per fare un esempio, il portato culturale di manifestazioni come il festival “Sotto il cielo di Fred” o VieW Conference, quasi ignorate dall’Amministrazione.

Il punto naturalmente non è eleggere un Sindaco che sostiene un evento piuttosto che l’altro, bensì eleggere un Sindaco che dia a tutti gli operatori culturali i servizi e il sostegno della Città nell’organizzare eventi, manifestazioni culturali, attività attrattive che migliorino la vita dei cittadini. E quando parlo di servizi penso a qualcosa di più incisivo e strutturato rispetto allo sconto sulle affissioni.

Più in generale credo che la città debba promuovere progettualità orientate a nuove pratiche e metodologie di produzione capaci di misurarsi con la sostenibilità e l’adattabilità in un contesto in continua trasformazione.

Nei prossimi anni l’urgenza sarà quella di proporre un’alternativa qualitativa e decentralizzata a una Torino oggi caratterizzata da una mono-cultura impostata solo secondo le logiche del ‘grande evento’.
Creare una Torino dei grandi eventi per rinforzare l’immagine della città verso l’esterno è stata una scelta chiara, pubblica, presente nel primo Piano Strategico nel 2000.

Come ricordato prima, non siamo a priori contro le grandi manifestazioni culturali che talvolta possono essere utili per consentire a tutti di apprezzare gratuitamente artisti importanti. Crediamo però ora si debba investire fortemente su politiche di valorizzazione del capitale creativo diffuso e spontaneo, sui tanti centri indipendenti di produzione culturale tra i quali, per il loro carattere no-profit, i circoli e le associazioni. A partire da queste realtà, innovando attraverso modalità di collaborazione e co-progettazione, siamo convinti si possano creare posti di lavoro e nuove opportunità.

Quanto alla Fondazione per la Cultura, più che il ruolo vorrei valutarne il senso. Credo che il Comune di Torino possa fare politiche culturali senza bisogno di creare sovrastrutture di dubbia utilità.

Gli strumenti a disposizione dell’Amministrazione per la promozione del Territorio e della Cultura sono tanti. La già citata Fondazione per la Cultura, Turismo Torino, Fondazione Torino-Musei. A suo parere cosa funziona in questo sistema e cosa deve essere migliorato?

Come ci dicono i nostri gruppi di lavoro, abbiamo il dovere di proporre una politica della cultura che riveda il posizionamento degli attori e degli spazi mettendo al centro non solo più l’evento di breve consumo. Servono politiche che facilitino la progettazione di nuove forme di cittadinanza culturale: va riconquistata l’idea di città-laboratorio.
Le tante fondazioni hanno decentrato l’assessorato creando spesso  monopoli poco trasparenti come la Fondazione per la Cultura. Siamo proprio sicuri che siano gli sponsor a scegliere chi sostenere o è un modo bizzarro di fare concorrenza sleale agli operatori che non hanno gli strumenti del pubblico per attrarre sponsor?

L’economia dei Congressi è internazionalmente una delle voci di maggior revenue per il sistema turistico di una città. Il progetto di un rinnovato Centro Congressi nell’area ex-Westinghouse è a suo parere positivo?

Se esiste una rinnovata volontà delle imprese, delle fondazioni e di altri attori privati di scommettere su questo settore non posso che essere contento. Mi preoccupano solo i dati non positivi del Lingotto. Comunque se ci sono investitori che vogliono costruire un secondo polo convegnistico, ne prendo atto positivamente. Spero però, come ha sostenuto la Sinistra torinese, che nell’area ex-Westinghouse si preservi l’area verde, si pedonalizzi via Borsellino e soprattutto che tutto ciò non sia solo un escamotage per fare un grande supermercato all’interno della Spina 2. Deve essere un’occasione per restituire spazi pubblici e servizi alla comunità.

A livello commerciale Torino vive una polarizzazione estrema. I successi di via Lagrange pedonalizzata e della rinascita di zona Vanchiglia si scontrano invece con la desertificazione commerciale delle Periferie. Molti ristoratori sentono la necessità di una riduzione del costo del suolo pubblico per i dehors (dal 2014 al 2015 +28% circa) e della raccolta rifiuti. State riflettendo in ottica di alleggerimento della pressione fiscale locale per gli esercizi pubblici?

Parlo spesso delle due città e alle ricette per avvicinarle. Vorremmo trasformare le circoscrizioni in municipi e i quartieri in tanti Borghi utili a migliorare la qualità della vita e dell’ambiente urbano. Pedonalizzazioni e moderazione del traffico, estensione del Biciplan e creazione di Borghi sostenibili possono essere politiche utili se unite a incentivi e/o sgravi per chi investe nel commercio di prossimità. Queste leve, accompagnate a una programmazione dell’offerta culturale, potrebbero determinare anche la ridefinizione di nuove vocazioni per alcuni quartieri, provando a unire – nello stesso tempo – offerta commerciale, alcuni servizi pubblici e culturali. Sulla raccolta rifiuti rimaniamo legati ad un principio non territoriale: chi inquina di più paga di più.

In ultimo, molte piazze storiche come piazza Carignano, piazza San Carlo o piazza Castello sono teatro, spesso, di manifestazioni non all’altezza del carattere aulico dei luoghi citati. Qual’è la posizione di Giorgio Airaudo?

Lo dico senza snobismi: certi scempi non si possono vedere né sopportare. Oltretutto con un introito risibile per le casse comunali. Penso che senza scomodare la sovrintendenza basterebbe un dirigente interno al Comune che, come in altre città, insieme ad una commissione che individui soluzioni. Al tempo stesso vorrei evitare che tra rendering e specifiche di allestimento le piazze auliche diventino accessibili solo agli organizzatori più ricchi: i maggiori luoghi di aggregazione cittadina come le piazze del centro dovrebbero essere disponibili per la promozione di cultura emergente, ovvero di quella parte di cultura che ha un grande bisogno di “farsi notare”.

Per cui, manifestazioni sì, verifiche sul livello qualitativo degli allestimenti, supporto ai piccoli operatori che certi allestimenti non possono permetterseli e reindirizzamento di manifestazioni già affermate verso luoghi meno centrali ma non per questo meno degni. In parallelo, va operata una completa revisione dei canoni di occupazione del suolo per iniziative commerciali, che spesso di culturale hanno poco o nulla.

La pagina Facebook di Torino in Comune (Giorgio Airaudo).

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