Lasciate ogni ricordo, voi che entrate
Sotto Galleria Umberto I, Torino sta riscrivendo le regole del suo dopodomani.
C’è un cancello di ferro che separa via della Basilica da piazza della Repubblica, e chi lo attraversa di sabato sera incontra qualcosa di difficile da nominare.
Non è una via, non è un bar, non è un mercato. È una soglia — nel senso quasi ontologico del termine — dove Torino smette di essere città e comincia a essere stato d’animo.
La Galleria Umberto I è uno di quei luoghi che le città europee custodiscono come riserve di senso: visibili ma poco frequentati, citati nelle guide ma mai del tutto capiti.
Inaugurata nel 1889 su progetto dell’ingegner Lorenzo Rivetti, la galleria nacque sulle macerie di un’altra storia.
Dal 1575, in quell’isolato compreso tra Porta Palazzo e il centro, aveva operato l’Ospedale Mauriziano, il più grande della Torino dell’epoca.
Quando nel 1884 l’ospedale si trasferì in corso Stupinigi, la Ditta Bancaria Fratelli Marsaglia acquistò il complesso e commissionò a Rivetti la conversione in galleria commerciale — una delle più grandi della città.
Pianta a croce, copertura in vetro e metallo, pavimenti in marmo: la struttura che ne uscì era, e resta, un frammento di Napoli o di Milano incastonato nel cuore sabaudo della città.
Il cinema l’ha capita prima degli urbanisti.
Nel 1973 Ettore Scola la scelse come sfondo di Trevico-Torino: Viaggio nel Fiat-Nam; nel 1998 fu Gianni Amelio, con Così ridevano, a immortalarne i portici. C
’era qualcosa in quell’aria ferma, in quella luce grigia che filtra dall’alto, che sembrava perfetta per raccontare vite in transito. E forse non è un caso che oggi, proprio qui, si stia sperimentando una nuova forma di movida — più cozy che fracassona, più osservata che sbracata.
Un corridoio che torna alla luce
Prima di parlare di cocktail e trattorie imperfette, vale la pena fermarsi su un dettaglio architettonico che pochissimi conoscono.
La Galleria Umberto I ha una navata laterale che per oltre settantacinque anni è rimasta chiusa al pubblico: un corridoio segreto, dimenticato dai più, che collega la galleria principale a uno spazio riparato dalla storica copertura vetrata .
A restituirlo alla città è stato lo spazio culturale Ramo d’Oro, che ha battezzato il nuovo spazio con il nome di Gran Serraglio — un giardino d’inverno in stile eclettico, luogo di incontro pensato per i flâneur contemporanei e per chiunque voglia ritrovare il gusto dell’indugio.
Il riferimento non è un caso: il Ramo d’Oro di James George Frazer è il libro che cataloga i riti di passaggio, i luoghi sacri, le soglie tra mondi.
Anche questo angolo della galleria funziona così: entri da una parte, esci cambiato.
L’aperitivo dei sindaci
Sabato scorso la Galleria Umberto I ha ospitato qualcosa di insolitamente istituzionale per uno spazio che punta sull’informalità: la tavola di saluto dei trenta sindaci europei di Bloomberg, con il sindaco Stefano Lo Russo nel ruolo di padrone di casa .
È una profezia, quella di Fassino, che si avvera — Fassino che già nel 2016, durante la campagna elettorale, aveva indicato questo isolato come chiave della rinascita del quadrante di Porta Palazzo. Nessuno allora lo prese sul serio. E invece.
Perché la galleria sta cambiando.
Cianci — nell’ex farmacia comprata dai nuovi investitori — e Birrificio Torino hanno appeso i loro cartelli sotto le volte ottocentesche, portando con sé l’aria frizzante e un po’ sbarazzina delle aperture che fanno notizia.
Gastronomicamente parlando, la galleria si sta strutturando come un polo di destinazione: c’è Dume, uno dei migliori bistrot turistici della città e Goustò; c’è Avocuddle Cafè, imperdibile per un brunch che sa di Amsterdam; c’è Litro, che trasforma l’aperitivo in un momento quasi arcaico, con vino e stuzzichini piemontesi serviti come si farebbe in una cantina.
La grammatica della gentrificazione
Fulvio Griffa, presidente degli esercenti della galleria, è cauto ma non ingenuo.
“Ho scelto nel 2015 questo posto, dove c’erano gli uffici di The Gate, perché ne ho visto il potenziale — non solo architettonico, ma di esperienza”, racconta .
“A cavallo tra il centro e Porta Palazzo, dove mangiare e bere in un posto ospitale dove l’ultimo che chiude, come in un grande condominio, tira il cancello”.
È una metafora domestica, quasi commovente. Uno spazio pubblico che si comporta come una casa.
Ma le case cambiano i quartieri. La profumeria Elide, dove veniva anche l’avvocato Agnelli, resiste da un secolo.
Gli appartamenti sovrastanti sono stati ristrutturati nell’ultimo decennio. La parola che nessuno vuole pronunciare è gentrificazione, e tuttavia descrive esattamente quello che accade quando un luogo a lungo ignorato viene riscoperto dagli investitori e restituito — in forma diversa — alla città.
La differenza, forse, sta nel ritmo.
La Galleria Umberto I non è il Quadrilatero della Moda a Milano, non è una food hall progettata a tavolino da un fondo immobiliare.
Cambia lentamente, per stratificazione, come ha sempre fatto.
Da Litro, scriveva qualcuno su Instagram, “sembra di stare in Spagna”.
Da Avocuddle, “un avocado bar di Amsterdam”. Al Ramo d’Oro, rassegne cinematografiche ed eventi culturali.
Tutte proiezioni, certo. Ma anche tutte, a modo loro, vere: questa è una galleria che ha sempre ospitato la fantasia degli altri, e continua a farlo.
La Galleria Umberto I si trova tra via della Basilica e Piazza della Repubblica, Torino. Aperta tutti i giorni; gli orari dei singoli locali variano.



