Da bambino, a Castellinaldo, Dario Baracco si sedeva sul muretto della piazza alta del paese e guardava.
Per ore, diceva, davanti a cieli “azzurrissimi”, colline fiorite, vigne, frutteti e ruscelli che “traspiravano poesia”.
Il Roero, a quell’altezza, è un’esercizio di orizzonte. Forse è lì che comincia tutto: in un ragazzo che aveva imparato presto che guardare lontano è già una forma di lavoro.
Il 27 ottobre Baracco è morto. Per il mondo italiano degli spirits era “Tigre”.
Era il fondatore di Compagnia dei Caraibi, l’azienda che ha contribuito a portare nei bar italiani il rum d’autore e una cultura della miscelazione che prima, da noi, si poteva appena immaginare.
La notizia è stata data il 28 ottobre dall’azienda, oggi guidata dal figlio Edelberto, Iguana.
In questa storia persino i nomi sono diversi. Dario, infatti, per tutti era Tigre. O meglio, Tigre Ciliegio.
Un nome che nasce dalla sua esperienza nella comunità di Damanhur, dove animali e piante diventano parte dell'identità delle persone. Un nome che lo accompagna anche nel mondo degli affari, tra produttori di rum, importatori, distributori e grandi marchi internazionali.
Una dinastia di mosto e botti
Baracco era il quinto erede di una famiglia di produttori e mercanti di vino del Roero.
Le origini dell’impresa risalgono al trisavolo, Tumalin Bartolomé Baracco de Baracho, attivo a Castellinaldo.
La storia prosegue a Torino, dove prende forma la ricetta del Vermouth Riserva Carlo Alberto. “Ho respirato mosto, profumi di vino, cantine e botti centenarie fin dalla nascita”, raccontava.
Chi nasce in una cantina può fare due cose: restarci o andarsene. Baracco ha scelto una terza via, che è quella dei mercanti veri. È partito portandosi dietro la cantina.
Prima di vendere bottiglie, però, ha scritto.
Ha collaborato con la Gazzetta d’Alba e con Condé Nast, e il mestiere del cronista gli è rimasto nell’imprenditore: l’abitudine di cercare la storia dietro il prodotto.
Poi è arrivata l’India, un viaggio spirituale, e la vicinanza con Damanhur, la comunità che sorge a pochi passi dalla sede dell’azienda. È un accostamento poco comune nel mondo dei distillati: da una parte i fatturati, dall’altra la ricerca interiore. Baracco non li ha mai tenuti separati.
Cuba, e poi il mondo
Già nel 1974 aveva fondato la Compagnia della buona terra, dedicata alla sostenibilità e all’alimentazione naturale.
Erano temi che il dibattito imprenditoriale avrebbe fatto propri soltanto molti anni dopo.
Per un uomo con il gusto dell’anticipo, il vero momento arriva nel 1993, a Cuba, dove entra in contatto con la produzione locale di distillati.
Due anni dopo, nel 1995, nasce la Compagnia de Bebidas e Licores, e con lei l’importazione in Italia di rum storici come Legendario.
L’azienda ha poi preso il nome di Compagnia dei Caraibi, con base a Vidracco, nel Torinese.
Alla distribuzione si sono affiancati la costruzione dei marchi e il recupero di ricette dimenticate: il Vermouth Riserva Carlo Alberto, l’Amaro Mandragola, il liquore Salvia&Limone, Bitter Rouge!.
Il filo che li unisce è la cultura alchimistica del territorio, quella delle erbe e delle lavorazioni artigianali.
Il rum caraibico e il vermouth piemontese sembrano lontani, ma in questa storia sono due capitoli dello stesso libro.
Merci e idee
Baracco aveva una formula per spiegare ciò che faceva.
“Siamo mercanti di merci e di idee”, diceva, aggiungendo che l’impresa può essere portatrice “di civiltà, di bellezza, di arte”.
Il suo ideale era un “bere evoluto”, quello che dona “saggezza” e “sorrisi limpidi”. Detta da un distributore di alcolici, la frase può far sorridere. Detta da lui, aveva la coerenza di una biografia intera.
Nei suoi scritti, compreso il libro L’orizzonte siamo noi, tornava l’idea che la povertà sia una limitazione della libertà e che il lavoro possa generare benessere e consapevolezza.
È un’impostazione che l’azienda ha trasformato in struttura: oggi Compagnia dei Caraibi è una Società Benefit e una B Corp certificata.
Una frase che gli viene attribuita, firmata Tigre Ciliegio, dice che vivere più a lungo non significa vivere di più, e che un minuto di piena coscienza vale più di un secolo di distrazione.
L’eredità, secondo Iguana
Il figlio sceglie una parola sola: eredità.
La descrive come un tesoro lasciato a chiunque abbia conosciuto il padre, fatto di sorriso, bontà e di un tocco speciale per lasciare un seme “spesso anche senza che ce ne rendessimo conto”.
Poi c’è un invito, più che un commiato: in un tempo “attraversato dall’angoscia”, non fermarsi, passare all’azione, “muovere le mani per dare forma alle idee”.
Forse è il congedo più adatto per un uomo cresciuto a guardare l’orizzonte da un muretto. Alla fine ha scelto di raggiungerlo, e di lasciare ai suoi la strada per arrivarci.



