Tutto è cominciato con una manciata di semi dimenticati in una cascina.
Nel 2017 alcuni produttori dissero a Claudio Conterno che in Piemonte l’orzo da birra non si poteva coltivare.
Al signor Conterno — viticoltore di Monforte d’Alba, nel cuore delle Langhe, ed ex presidente provinciale della Cia di Cuneo — sembrò una cosa ridicola: la provincia di Alessandria è la più grande provincia cerealicola d’Italia.
Si mise a studiare e scoprì che mancava un solo anello della catena: la maltazione.
Quei semi, una varietà storica di orzo distico particolarmente adatta alla produzione brassicola perché favorisce l’uniformità dei chicchi, sono stati moltiplicati stagione dopo stagione, con il sostegno del Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria.
Oggi sono circa 150 quintali, destinati alle prime prove di maltazione su scala più ampia: di fatto, il primo orzo certificato per la birra in Italia.
Da quella manciata di semi potrebbe nascere qualcosa di più ambizioso: la prima birra a indicazione geografica protetta (Igp) del paese.
Il Consorzio Birra Origine Piemonte, nato nel 2019 per iniziativa di produttori agricoli e artigianali e guidato dallo stesso Conterno, ha definito il testo con i requisiti del prodotto.
Dopo i colloqui con la Regione — in particolare con l’assessore all’Agricoltura, Paolo Bongioanni — a settembre il disciplinare sarà discusso nei tavoli di lavoro con tutti gli attori del comparto, comprese le associazioni di categoria come Unionbirrai e AssoBirra.
Poi la parola passerà al ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. Il consorzio, che riunisce una trentina di soci in una regione con quasi un centinaio di birrifici, ha già ottenuto il riconoscimento di Prodotto agroalimentare tradizionale (Pat).
L’Igp sarebbe il salto successivo.
Il paradosso
La scommessa è, prima di tutto, culturale.
In Italia il mercato industriale copre ancora il 97% dei consumi di birra: il caso piemontese è unico proprio perché propone un cambio di paradigma in un settore abituato a trattare la birra come una merce.
I numeri raccontano un gigante che si sgonfia lentamente e una nicchia che resiste.
Nel 2025 gli italiani hanno bevuto 21,2 milioni di ettolitri di birra, il 2,5% in meno dell’anno precedente: 35,9 litri a testa, quasi uno in meno rispetto al 2024.
La birra artigianale, con i suoi 1.008 birrifici e 470mila ettolitri prodotti, vale appena il 2,2% del mercato, ma ha tenuto meglio del resto del settore.
E il consumatore cambia abitudini: nel primo semestre del 2025 il 16,14% delle nuove birre artigianali italiane aveva una gradazione inferiore al 4%, contro il 6% circa degli anni precedenti.
Il disciplinare piemontese sembra scritto apposta per intercettare questa curva.
Sarà “una birra chiara, di grado alcolico basso e di un indice di amaro equilibrato”, spiega Antonello Musso dell’azienda agricola Frè di Carrù: una bionda tra i 4 e i 6 gradi.
“Non deve essere né una Lager né una Pilsner, non è una questione di modo di fare”, precisa Conterno.
Sarebbe una delle prime birre capaci di interpretare un territorio, con un disciplinare dedicato.
L’analogia che i produttori prediligono è enologica: “La birra non è tutta uguale. È come dire il Dolcetto fatto ad Alba oppure ad Asti: la varietà è la stessa, ma i gusti sono diversi”, dice Musso. Che il paragone arrivi dalle colline del vino non è una coincidenza.
L’anello mancante
Gli ostacoli non mancano.
Il primo è tecnico: la trasformazione dell’orzo in malto avviene ancora in larga parte fuori regione, un limite che il consorzio riconosce apertamente.
Una filiera che vuole farsi geografica non può dipendere da malterie esterne: le prove sui 150 quintali di orzo distico servono proprio a chiudere il cerchio.
Il secondo ostacolo è politico. Il testo dovrà essere condiviso con tutte le realtà del settore, e non è detto che i birrifici più orientati agli stili internazionali — le pale ale e le Ipa che dominano le preferenze dei bevitori craft — si riconoscano in una bionda di territorio a bassa gradazione.
Il terzo è giuridico: a differenza della Dop, l’Igp richiede che almeno una fase della produzione avvenga nell’area geografica, non tutte.
La rigidità del disciplinare sarà dunque una scelta, non un obbligo. Ed è lì che si giocherà la credibilità del progetto.
L’Europa offre pochi precedenti. Su oltre 3.700 indicazioni geografiche registrate nell’Unione, le birre protette si contano sulle dita di una mano: la più nota è Bayerisches Bier, Igp dal 2001, che copre 86 birrifici in tutta la Baviera.
La Repubblica Ceca ha registrato la sua České pivo nel 2008.
Nessun paese del sud Europa ci aveva mai provato.
Se l’iter andasse in porto, il Piemonte diventerebbe un apripista continentale: non male, per una regione che con le denominazioni — dal Barolo al Barbaresco — ci ha costruito un’economia intera.
La dote del territorio
Alcuni soci del consorzio la filiera se la sono già costruita da soli.
Il birrificio Kauss di Piasco, nel Cuneese, dal 2018 utilizza solo materia prima piemontese, coltivata in maggioranza nei propri campi e in parte acquistata da aziende che seguono le sue direttive tecniche; vende l’80% della produzione entro 50 chilometri dal birrificio.
“Crediamo che il mercato locale debba essere il primo a premiare la filiera”, dice Diego Botta.
Carlo Colombara, del Nuovo Birrificio Nicese di Nizza Monferrato — vent’anni di attività appena festeggiati — vede nel riconoscimento un passaggio naturale: “Generalmente la birra viene vista come un prodotto da scaffale del supermercato, piuttosto che come una ricetta artigianale. In realtà alla base ci sono materie prime che arrivano direttamente dalla terra grazie a un territorio ricco di possibilità”.
Il territorio, intanto, fa la sua parte.
Dal 30 agosto al 7 settembre Biella ospita l’undicesima edizione di Bolle di Malto, il festival che l’anno scorso ha registrato oltre 100mila presenze tra degustazioni, conferenze e concerti.
Per una città che da anni cerca un’alternativa al tessile in declino, la birra è diventata una scommessa economica e turistica: “Chi arriva e non sa nulla del Biellese, ritorna”, dice Cristiano Gatti, presidente di Confartigianato, citando il santuario di Oropa e il Ricetto di Candelo.
Merito anche dell’acqua locale, “speciale” secondo i produttori: non a caso negli ultimi anni nella zona sono nati sette birrifici artigianali.
Il Piemonte ha passato due secoli a spiegare al mondo che il vino è un luogo prima ancora che una bevanda.
Ora prova a ripetere la lezione con la birra.



