In ogni manifestazione enogastronomica di una certa scala, a volte il rumore di fondo — gli stand, le degustazioni, i camici bianchi dei tecnici, i megafoni delle presentazioni — si dirada per lasciare spazio a un annuncio che sembra voler dire qualcosa di più di un lancio di prodotto.
Quest’anno, alla sedicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, quel momento avrà un nome: Local’ità.
Non un marchio, non un consorzio, non l’ennesima sigla del chilometro zero, ma — a sentire chi l’ha messa in piedi — un tentativo di riscrivere le regole della cooperazione tra piccole imprese del cibo, in un paese dove le piccole imprese del cibo sanno fare quasi tutto tranne che stare insieme.
Il debutto è fissato per il 24-27 settembre 2026, ma la storia di Local’ità comincia prima, in quella zona grigia e poco fotogenica dove nascono davvero i progetti collettivi: le riunioni informali, le telefonate tra produttori che si conoscono da anni ma non hanno mai lavorato fianco a fianco, la sensazione condivisa — più che la strategia — di poter fare qualcosa insieme che da soli non riuscirebbe a nessuno.
Più di venti soggetti tra micro-imprese, artigiani, agricoltori e ricercatori compongono oggi il collettivo, un numero che nel mondo asfittico delle reti d’impresa italiane non è piccolo, ma che i fondatori insistono a definire un punto di partenza, non un traguardo.
Un ecosistema, non un’etichetta
Chi conosce il lessico del food&beverage territoriale riconoscerà subito cosa Local’ità non vuole essere.
Non un marchio collettivo di chilometro zero — la formula più abusata degli ultimi quindici anni, spesso ridotta a uno slogan da vetrina.
Non un consorzio nel senso tradizionale del termine, con le sue rigidità normative e la sua vocazione a proteggere un disciplinare più che a produrre innovazione.
Local’ità si autodefinisce piuttosto un “ecosistema vivo di competenze”: un’espressione che suona come un compromesso lessicale tra il vocabolario delle startup e quello della tradizione contadina, ma che nasconde una scommessa precisa.
L’idea è che la cooperazione strategica tra realtà indipendenti — ciascuna con il proprio marchio, la propria identità, i propri clienti — possa generare un valore economico e culturale superiore alla somma delle singole parti, senza che nessuno debba rinunciare a essere se stesso.
È una distinzione che nel racconto pubblico del progetto torna più volte, quasi un mantra difensivo: fare rete senza perdere l’indipendenza.
In un settore dove le fusioni forzate e le aggregazioni imposte dall’alto hanno spesso prodotto più macerie che sinergie, la promessa di Local’ità è che ogni impresa aderente resti padrona del proprio destino commerciale, mettendo in comune solo ciò che serve — competenze, voce istituzionale, capacità negoziale — per affrontare sfide che nessuno, da solo, riuscirebbe a vincere.
Il Manifesto: il cibo oltre l’etichetta
Al cuore del progetto c’è un Manifesto valoriale che i promotori definiscono “chiaro e ambizioso”, pensato per dare un’anima etica a un’operazione che, altrimenti, rischierebbe di apparire come una semplice operazione di marketing collettivo.
Il testo fondativo prova a spostare il baricentro del discorso sul cibo lontano dagli indicatori più immediati — l’etichetta, la tabella nutrizionale, il prezzo al chilo — per restituirgli una dimensione che è insieme culturale e politica.
“Per noi il cibo va oltre la semplice etichetta o la tabella nutrizionale,” si legge nel documento.
“Significa energia, benessere, cultura, ricerca e sviluppo, ma soprattutto rispetto per chi coltiva, trasforma e produce. Ogni tradizione è stata, un tempo, un’innovazione capace di migliorare la vita delle persone: noi oggi continuiamo quel percorso con gli strumenti del presente.”
È una frase che vale la pena leggere due volte, perché ribalta un luogo comune molto diffuso nella retorica del made in Italy agroalimentare — quello secondo cui tradizione e innovazione sarebbero forze opposte, da tenere in equilibrio.
Il Manifesto di Local’ità le tratta invece come la stessa forza, osservata in momenti diversi della sua storia: la tradizione di oggi è semplicemente l’innovazione di ieri, sedimentata e trasmessa.
Da questa premessa discende l’impianto operativo della rete, che punta a restituire centralità al lavoro manuale e alla presenza diretta lungo la filiera — un modo elegante per dire che chi produce deve tornare a contare più di chi certifica o distribuisce — usando però, e qui sta il nodo più interessante, gli strumenti tecnologici e le pratiche di sostenibilità ambientale ed energetica oggi disponibili.
Non è un manifesto nostalgico. È, semmai, un tentativo di tenere insieme artigianalità e tecnica senza far vincere nessuna delle due.
La massa critica come strategia
C’è poi un secondo obiettivo, meno lirico ma probabilmente più decisivo per il futuro del progetto: fare massa critica.
Le piccole e medie imprese del comparto agroalimentare italiano — quelle che compongono l’ossatura reale del Made in Italy, ben più delle grandi multinazionali del food che ne occupano l’immaginario pubblicitario — condividono da anni lo stesso lamento: da sole non hanno voce in capitolo di fronte a normative pensate per la grande distribuzione, a regole di etichettatura scritte a Bruxelles con altre scale di riferimento in mente, a una burocrazia che punisce chi produce in piccolo esattamente quanto premia chi produce in grande.
Local’ità si propone come interlocutore collettivo capace di dialogare con istituzioni, università e pubblica amministrazione, affrontando in modo sinergico problemi che, affrontati impresa per impresa, restano irrisolvibili.
È una scommessa di rappresentanza prima ancora che di mercato: trasformare la somma di ventotto o trenta piccole voci in una voce sola, sufficientemente autorevole da sedersi ai tavoli che contano.
Se ci riuscirà, lo si vedrà negli anni a venire; ma l’ambizione, dichiarata fin dal primo comunicato, è di lungo respiro.
Torino, palcoscenico e invito aperto
Il lancio ufficiale di Local’ità — la presentazione dei principi del Manifesto e dei primi progetti condivisi tra gli aderenti — avverrà nel palinsesto di Terra Madre Salone del Gusto 2026, a Torino, dal 24 al 27 settembre.
Non è un dettaglio logistico: la scelta della kermesse torinese, evento madre del movimento Slow Food e da anni piattaforma privilegiata per il racconto delle filiere corte e delle comunità del cibo, colloca Local’ità in una genealogia precisa, pur nella sua rivendicata alterità rispetto ai modelli consortili classici.
Gli organizzatori descrivono l’evento non solo come una nascita ufficiale, ma come un invito aperto: a nuove imprese, a comunità, a istituzioni disposte a partecipare alla costruzione di un modello di sviluppo alternativo per il food&beverage.
Una rete che nasce già proiettata verso la propria espansione, prima ancora di essersi presentato al pubblico.
Le aziende di Local’ità presenti a Terra Madre: Oliveti Giachino, Che Fermento!, Fermenta.To, Fungaia-ram, Patty’s, Affini - Distillerie subalpine, Melly’s, Azienda agricola MieTi, Kombrú, Papalele, CaraMelle, Mosto Ardente, Nocciolini Bonfante, Filo di Lana, TIBI, Biula, Fun-Gò.
La Piazza dei Maestri e il rito delle degustazioni
Se Local’ità porta a Terra Madre lo spirito della sperimentazione collettiva, l’altra anima della manifestazione — quella più radicata, quasi liturgica, nel calendario torinese — prende forma in piazza Carlo Alberto, che nei giorni del Salone si trasforma nella Piazza dei Maestri.
È lo spazio istituzionale curato dalla Camera di commercio di Torino, main partner della manifestazione, e sono aperte le iscrizioni alle degustazioni guidate che vi si terranno: un ricco calendario, un appuntamento ogni ora, dedicato a gelato, birra, prodotti da forno, vini, formaggi, funghi, salumi, vermouth e mixology, pasticceria e cioccolato, oltre ai piatti dei ristoranti del circuito Mangébin, con new entry di quest’edizione un pranzo e una merenda sinoira quotidiani dedicati alla cucina piemontese abbinata ai vini Torino DOC.
“In una delle piazze più eleganti e raccolte della città riuniamo la migliore enogastronomia torinese,” spiega Massimiliano Cipolletta, presidente della Camera di commercio di Torino, “e, grazie ad un intenso calendario di appuntamenti e degustazioni guidate, invitiamo turisti e cittadini a prendere posto da noi e a scoprire gusti, profumi e abbinamenti che parlano di territorio e di eccellenza”.
Le degustazioni hanno un costo simbolico — 5 o 10 euro — interamente devoluto alla Fondazione Allegra Agnelli per la Ricerca sul Cancro di Candiolo, e richiedono prenotazione obbligatoria.
Protagonisti assoluti saranno i Maestri del Gusto, i cui nuovi diplomati per il biennio 2027-2028 verranno proclamati il 18 settembre nell’auditorium del Santo Volto, selezionati da Camera di commercio, Laboratorio Chimico camerale e Slow Food: un rito di ammissione che, tra tutte le narrazioni gastronomiche torinesi, resta forse la più esigente, e certamente la più antica.
Tra la sobrietà istituzionale della Piazza dei Maestri e l’ambizione dichiaratamente politica di Local’ità, Terra Madre 2026 racconta due modi diversi — non necessariamente in conflitto — di dare valore al territorio: uno che certifica l’eccellenza esistente, l’altro che prova a immaginarne una nuova forma organizzativa.
Torino, ancora una volta, fa da laboratorio a entrambi.



