Porta Palazzo: quando il mercato diventa archivio della città
Il libro di Gabriele Proglio ci porta nel più grande mercato europeo.
Nel cuore di Torino, a pochi passi dal Quadrilatero e da via Garibaldi, esiste uno spazio dove la storia non è rinchiusa nei musei ma vive quotidianamente nei banchi, negli odori, nelle voci e nei ricordi.
È Porta Palazzo, il più grande mercato all’aperto d’Europa, protagonista del nuovo libro di Gabriele Proglio, storico contemporaneo presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.
Porta Palazzo. Storia orale e sensoriale del mercato più grande d’Europa , pubblicato da Donzelli Editore e corredato dalle fotografie di Michele D’Ottavio, rappresenta un’operazione intellettuale e narrativa di rara qualità.
Non si tratta di un saggio accademico in senso tradizionale, ma di un racconto polifonico che intreccia quasi duecento interviste orali con venditori, clienti, abitanti del quartiere e rappresentanti delle otto principali comunità diasporiche di Torino.
Il cibo diventa qui, magistralmente, una chiave per leggere le memorie, le migrazioni e le trasformazioni della città contemporanea.
Dal colera all’archivio vivente
La storia di Porta Palazzo inizia nel 1835, durante l’epidemia di colera che devastò Torino.
Fu proprio questa tragedia a determinare lo spostamento dei mercati agroalimentari da piazza San Carlo e piazza delle Erbe verso piazza della Repubblica, creando così il primo nucleo di quello che sarebbe diventato il polo commerciale più vitale della città.
Da allora, per quasi due secoli, il mercato è stato il punto di arrivo privilegiato per le migrazioni interne ed esterne, uno spazio di scambio transculturale dove le stratificazioni storiche si depositano come i prodotti sugli scaffali.
Proglio propone Porta Palazzo come osservatorio privilegiato per comprendere le trasformazioni sociali, culturali e urbane di Torino dal 1835 a oggi.
Non è una visione romantica o nostalgica: è uno sguardo clinico, sostenuto da una metodologia di ricerca rigorosa, che riconosce nel mercato un vero e proprio deposito memoriale dove passato, presente e futuro si incontrano continuamente tra i banchi.
La struttura del libro
Il volume si articola in due sezioni complementari.
La prima parte percorre la storia del mercato intrecciandola alle voci di chi lo anima quotidianamente: contadini, commercianti, ambulanti, facchini, montatori, volontari e associazioni impegnate nel recupero del cibo.
Sono le storie raccolte da Proglio e dai suoi studenti dell’Università di Pollenzo, un affresco vivido del lavoro, delle relazioni e delle trasformazioni che scandiscono il ritmo quotidiano della piazza.
La seconda parte è dedicata alle memorie sensoriali delle comunità diasporiche, con un’attenzione particolare alle donne, protagoniste attive del progetto.
Questo aspetto rivela un’originalità metodologica notevole: ciascuna donna ha scelto autonomamente di intervistare persone della propria comunità, dando voce alle esperienze nella lingua d’origine—dai diversi dialetti arabi al wolof, dal rumeno all’albanese, dal tagalog allo spagnolo latino-americano, fino all’inglese pidgin.
Il cibo e le pratiche alimentari diventano così dispositivi memoriali capaci di evocare immagini, odori, suoni, gusti ed emozioni.
Raccontano l’esperienza dell’essere in diaspora, la costruzione di appartenenze molteplici, la negoziazione quotidiana tra tradizione e trasformazione.
A chiudere il volume, un’appendice di ricette.
Il mercato come palcoscenico di migrazioni
In un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera, Proglio illustra chiaramente ciò che rende Porta Palazzo unica rispetto ad altri mercati italiani: non è solo la dimensione fisica—pur essendo il più grande in Europa—ma la sua funzione storica di porta d’accesso per le migrazioni.
“A due passi da via Garibaldi, dal quadrilatero, è il punto di riferimento per le storie di immigrazione da fine Ottocento ad oggi. Cosa cercavano queste persone? Una vita migliore. Qui trovavano contatti di conterranei e la possibilità di sfamarsi con pochi soldi” .
Questo riguarda innanzitutto le migrazioni dal Mezzogiorno d’Italia, le cui tracce rimangono ancora oggi nel mercato.
Una figura ricorrente nelle memorie raccolte è Maurizio Marletta, il leggendario “Maciste” della piazza, simbolo delle comunità meridionali che nei decenni passati trovavano in Porta Palazzo—e nei bar circostanti come la Basilica—un rifugio culturale e una porta per l’integrazione nel tessuto urbano torinese.
Ma il mercato è anche lo specchio delle successive ondate migratorie.
Proglio osserva come la divisione del lavoro segua regole precise: «la linea del colore, la provenienza da certi Paesi o da comunità migranti, la classe di appartenenza, il genere» .
I primi immigrati italiani del Sud hanno progressivamente venduto i loro banchi a chi arrivava dopo—dal Marocco, dall’Egitto, dalla Tunisia, dalla Cina per la parte alimentare.
Questo processo di sostituzione non rappresenta una semplice dinamica economica, ma racchiude in sé una sedimentazione di poteri, capacità e gerarchie che merita interrogazione critica.
Il cibo come questione politica
Uno dei concetti più significativi che attraversa il libro riguarda il cibo non come mero oggetto di scambio commerciale, ma come questione profondamente politica.
Quando Proglio afferma che “dietro anche a un semplice pomodoro c’è una filiera, tante storie che si intrecciano restituendo una visione più ampia” , non sta semplicemente descrivendo complessi processi produttivi.
Intende dire che il cibo è espressione di una condizione personale, sociale ed economica; che le scelte alimentari riflettono vincoli strutturali tanto quanto preferenza individuale; che ogni prodotto sul banco di Porta Palazzo porta con sé una genealogia di lavoro, migrazione, appartenenza.
Questa prospettiva si allinea con i filoni più avanzati della storia del cibo contemporanea, quella che legge l’alimentazione come sismografo delle trasformazioni sociali.
Il mercato nel futuro
Proglio affronta anche il tema della longevità di Porta Palazzo in un contesto di cambiamento radicale dei consumi.
Il titolare della pescheria Gallina sostiene che oggi si mangia fuori casa otto volte su quattordici, rispetto al passato.
Rispecchia una trasformazione profonda nelle abitudini domestiche e di consumo. Proglio rimane tuttavia ottimista: “No, non credo possa pregiudicare la vita del mercato che saprà adattarsi ai nuovi bisogni”.
Questa fiducia nella resilienza del mercato non è ingenua.
Porta Palazzo ha già dimostrato, nel corso di quasi due secoli, una straordinaria capacità di rinnovamento.
Ha assorbito onde successive di migrazioni, si è trasformato da spazio di pura sussistenza a luogo di meticciato culturale, si è adattato a tecnologie commerciali sempre nuove mantenendo una riconoscibilità profonda.
Il libro di Proglio documenta proprio questo: la capacità di una comunità di trasformarsi senza perdersi, di accogliere l’alterità senza negare la continuità.
Un’operazione culturale necessaria
Ciò che rende il libro di Gabriele Proglio particolarmente rilevante nel panorama editoriale e culturale italiano è il riconoscimento che Porta Palazzo non è semplicemente un mercato, ma un archivio vivente, un deposito di memorie, uno spazio pubblico dove si condensano alcune delle questioni più urgenti della contemporaneità: migrazioni, lavoro, identità urbana, inclusione, sostenibilità alimentare.
In un’epoca in cui i mercati rionali scompaiono dai tessuti urbani, travolti da processi di gentrificazione e omologazione commerciale, il progetto di Proglio assume un significato politico oltre che scientifico.
Restituisce dignità e visibilità alle voci dei lavoratori precari, degli artigiani, dei venditori ambulanti che costituiscono il muscolo vivo di questi spazi.
Racconta, attraverso il cibo e le pratiche alimentari, come la città si fa e si disfa quotidianamente nei gesti ripetuti di migliaia di persone.
Porta Palazzo. Storia orale e sensoriale del mercato più grande d’Europa non è dunque solo un libro da leggere, ma un invito a scendere in piazza della Repubblica, a respirare gli odori, a ascoltare le voci, a riconoscere in ogni scambio commerciale una sedimentazione di storie umane. Perché come insegna Proglio, il cibo non è mai solo cibo: è memoria, è politica, è la traccia materiale di chi siamo e di come cambiamo.



