Sotto il fiume, sopra la storia: i Murazzi provano ancora
La saga della riqualificazione dei Murazzi al punto di arrivo?
C’è un momento, camminando lungo il Po all’altezza di piazza Vittorio, in cui il fiume smette di essere sfondo e diventa protagonista.
È lì, sotto il livello della strada, che per decenni Torino ha nascosto una delle sue infrastrutture più iconiche: gli archi dei Murazzi, costruiti nell’Ottocento per contenere le piene, diventati negli anni Novanta la capitale notturna della città, poi transennati, poi dimenticati.
A settembre riaprono. Non per la prima volta — e forse non per l’ultima.
Il progetto porta la firma di Carlo Ratti, l’architetto torinese diventato figura globale del dibattito urbano, e si chiama, con una certa ambizione retorica, “Floating Above Floods”.
Sette ex magazzini sotterranei, 450 metri quadrati di arcate collegate da un unico tunnel, diventeranno il “River Center”: uno spazio per mostre, conferenze, eventi.
L’architettura è pensata per convivere con l’acqua invece che resisterle — strutture cinetiche, elementi galleggianti, una superficie che si solleva quando il Po si alza invece di romperlo.
È un’idea elegante, quasi poetica: non più muro contro il fiume, ma danza con il fiume.
L’intervento si inserisce in un piano più ampio di riqualificazione del Parco del Valentino, finanziato dal PNRR con 11,5 milioni di euro.
Oltre al polo culturale, sono previsti quattro nuovi moli per la navigazione fluviale: dal 2027 dovrebbero circolare catamarani elettrici, riportando sull’acqua un traffico che Torino ha smesso di immaginare da tempo.
La grande festa di inaugurazione è fissata per il 31 ottobre — una data che promette luci, musica, discorsi, il consueto repertorio delle rinascite urbane.
Ma i Murazzi hanno già vissuto altre rinascite, e vale la pena ricordarlo prima di lasciarsi trasportare dall’entusiasmo del taglio del nastro.
Negli anni Novanta erano il cuore pulsante della movida torinese; poi, tra episodi di violenza e degrado percepito, sono diventati sinonimo di problema da risolvere.
Sono stati oggetto di piani di recupero, promesse elettorali, progetti mai partiti.
Ogni sindaco, negli ultimi vent’anni, ha avuto il suo Murazzi — un’idea, uno studio di fattibilità, a volte solo uno slogan.
Questo, con Ratti, è probabilmente il tentativo più concreto.
Ma la storia recente della città consiglia una certa cautela nel dichiarare la partita chiusa prima ancora che cominci.
La domanda che il progetto pone — implicitamente, perché nessun render la formula mai esplicitamente — è chi, in pratica, attraverserà quegli archi una volta spenta la festa di ottobre.
Il “River Center” nasce come spazio culturale, e la cultura, si dice sempre, è per tutti.
Ma gli spazi culturali torinesi hanno una storia di accessibilità diseguale: mostre a pagamento pensate per un pubblico turistico, programmazioni che parlano più a chi già frequenta il sistema dell’arte che a chi vive a due isolati di distanza.
Il rischio, con un’operazione di questa portata simbolica, è che il polo culturale diventi un contenitore raffinato per un pubblico già convertito, mentre il quartiere resta fuori — non perché escluso formalmente, ma perché mai davvero invitato.
Il coinvolgimento del sistema culturale cittadino sarà decisivo.
Torino ha una rete robusta — musei, festival, associazioni, un tessuto di realtà indipendenti che negli anni ha tenuto viva l’idea di cultura diffusa, non concentrata nei soliti poli.
Se il River Center riuscirà a diventare piattaforma per queste realtà, invece che ennesimo spazio-vetrina gestito dall’alto, l’operazione potrà davvero dirsi una restituzione.
Se invece resterà un contenitore di eventi pensati altrove, per un pubblico che arriva e riparte, i Murazzi rischiano di trasformarsi in un monumento — bellissimo, resiliente alle piene, ma statico nella sua relazione con la città che li circonda.
C’è poi la questione, più sottile, del tempo.
L’architettura cinetica di Ratti è pensata per adattarsi al fiume nel lungo periodo, decenni di piene e magre.
Ma la vita culturale di uno spazio si misura in mesi, non in cicli idrologici: una programmazione che perde slancio dopo il primo anno, un pubblico che torna a distanza solo per eventi speciali, un quartiere che smette di sentirsi coinvolto dopo la festa d’inaugurazione.
La sostenibilità climatica dell’edificio è già garantita dal progetto. La sostenibilità sociale dello spazio, quella no — si costruisce dopo, con scelte quotidiane che nessun render può prevedere.
Settembre dirà se i Murazzi sono davvero tornati ai torinesi, o se i torinesi sono stati semplicemente invitati a guardarli da fuori.



