La Val d’Ala è l’ultima propaggine delle Valli di Lanzo.
Dopo Balme, la carreggiata si arrende ai prati, alle rocce granitiche, ai nevai che resistevano fino a luglio.
È in quel punto, dove la montagna vera prende il sopravvento, che da decenni qualcuno imbottiglia l’acqua.
E per vent’anni, quel qualcuno è stato Michele Brero.
Brero è morto nei giorni scorsi, a settantanove anni.
I funerali si tengono oggi nella parrocchia di Monasterolo di Cafasse, il paese della bassa valle da cui era partito e a cui è tornato per l’ultimo saluto.
In mezzo, tra la partenza e il ritorno, c’è una delle storie industriali più improbabili del Torinese: quella di un falegname che comprò uno stabilimento moribondo in fondo a una valle e lo trasformò in un marchio che oggi si trova nei supermercati, all’estero e — cosa di cui andava più fiero — sulle tavole degli ospedali di Torino.
Il falegname che scelse la montagna
La biografia di Brero non segue la traiettoria dell’imprenditore alpino per nascita.
Di montagna lo si diventa, e lui la scelse due volte.
La prima da giovane artigiano, lavorando il legno; la seconda da pioniere del biologico, quando a Torino aprì negozi di alimentazione naturale in anni in cui la parola stessa suonava esotica.
Fu una buona scuola: imparò che un prodotto vale quanto la storia che sa raccontare, e che la provenienza non è un dettaglio ma un argomento.
Nel 2005 arrivò la scommessa vera.
Lo stabilimento delle Acque Minerali Pian della Mussa, attivo dagli anni Settanta sopra Balme, a 1.432 metri di quota, attraversava una crisi che ne minacciava l’esistenza.
Brero lo rilevò insieme alla moglie Elsa e ai figli Alessio e Marzia.
Non era un acquisto razionale, secondo i manuali: un impianto in fondo a una valle soggetta allo spopolamento, con la logistica di un’avanguardia militare e l’inverno che dura sei mesi.
Ma Brero ragionava da falegname, cioè per materiali. E il materiale, lassù, era straordinario.
Il materiale: tre gradi centigradi
L’acqua del Pian della Mussa nasce in un bacino di rocce granitiche a circa millecinquecento metri.
La pietra raccoglie lo scioglimento dei nevai e lo filtra goccia dopo goccia, restituendo un’acqua che sgorga spontaneamente a tre gradi centigradi — tra le più fredde al mondo — senza che nessuna pompa debba estrarla dal sottosuolo.
Il residuo fisso è di appena 37 milligrammi per litro: un’acqua minimamente mineralizzata, povera di sodio, adatta ai cardiopatici e alle pappe dei neonati.
Viene imbottigliata a pochi metri dalla sorgente, in bottiglie di PET blu scelte per schermare la luce. È una delle pochissime realtà italiane a confezionare minerale direttamente in alta quota, alla fonte.
Questo patrimonio idrogeologico, prima del 2005, era un’occasione sprecata.
Brero lo trattò come un legname pregiato: lo mise al centro di tutto.
La strategia si riassumeva in due capisaldi — conquistare quote di mercato senza mai recidere il legame con il territorio.
La bottiglia blu cominciò a uscire dalla valle: prima i negozi di prossimità, poi la grande distribuzione, poi i mercati stranieri.
Nel 2012, in piena crisi di settore, l’azienda chiudeva un accordo con un partner che gestiva circa tremila punti vendita nel Nord Italia.
Eppure lo stabilimento non si mosse mai dall’ingresso di Balme, dove i capannoni in legno dell’impianto — li ricorda Marco Bussone, presidente nazionale dell’Uncem — erano per Brero una specie di autobiografia da mostrare ai visitatori, con l’emozione di chi espone gli investimenti come altri mostrano le foto dei nipoti.
Oltre l’acqua
Negli anni l’impresa è diventata un piccolo ecosistema.
Dalla stessa acqua è nato un birrificio tra i più alti d’Europa, che lavora con malto, luppolo e lievito secondo principi di sostenibilità e filiera biologica; di recente gli si è affiancato un ristorante-birreria in località Albaron, diventato meta dei turisti della valle.
Tra il 2021 e il 2022 l’azienda ha aperto l’e-commerce, con l’ambizione — dichiarata — di spingere la birra verso il canale Ho.re.ca. e fare della vendita online “il primo passo verso il futuro”.
L’Unione Industriale di Torino assegnò al progetto una menzione speciale al premio Chiave a Stella, come esempio di valorizzazione di un territorio svantaggiato. Balme, dal canto suo, gli diede la cittadinanza onoraria.
La cifra che più conta, però, è un’altra: più di venti posti di lavoro.
In un comune che conta poche decine di residenti, in una valle dove chiudono le scuole e i servizi, venti stipendi non sono una statistica sindacale ma un argine.
L’ex sindaco Michele Castagneri ha parlato di “straordinaria operazione di sviluppo” per l’intera valle.
Bussone lo definisce un imprenditore vero della montagna, capace di tenere insieme visione e azione, Torino e le valli, “i flussi di acqua e di intelligenza”.
Il sabato delle trentaseimila bottiglie
C’è un episodio che racconta l’azienda meglio di qualsiasi bilancio.
Giugno 2012: il terremoto ha appena colpito l’Emilia.
I dieci dipendenti di allora vanno da Brero e chiedono di poter lavorare gratis il sabato mattina, per imbottigliare acqua da spedire nelle zone colpite.
Ne partono circa trentaseimila bottiglie, destinate ai Comuni di Novi e Medolla.
Brero, raccontando la scena all’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia — in visita allo stabilimento per benedire la nuova linea di produzione — ammise di essersi commosso.
Il prelato, davanti ai macchinari, disse che quella fabbrica era un esempio da esportare in altre aziende del Torinese.
Vale la pena fermarsi sui dettagli: l’idea non venne dal titolare ma dagli operai, e il titolare si commosse.
In quell’inversione dei ruoli c’è il tratto distintivo della Pian della Mussa — un’impresa in cui il vincolo tra persone e prodotto era abbastanza stretto da produrre gesti che il mercato non richiede e non remunera.
Ciò che resta
L’azienda continua.
La guida è passata al figlio Alessio, insieme allo staff che in questi anni Brero ha continuato a frequentare finché la salute glielo ha permesso, tra lo stabilimento e la birreria.
Il progetto — l’acqua, la birra, il ristorante, i venti posti di lavoro — è ormai parte dell’identità economica di Balme, non un’appendice della biografia del fondatore.
C’è un’immagine che chiude bene questa storia, ed è la stessa con cui si apre.
In fondo alla Val d’Ala la strada finisce, ma l’acqua no: continua a uscire dal granito a tre gradi, inverno e estate, indifferente alle vicende di chi la raccoglie.
Brero ha avuto il merito raro di capire che quella continuità era il vero capitale dell’impresa — e che un industriale, a millequattrocento metri, può soltanto mettersi al suo servizio.
La neve tornerà sui tetti dei capannoni di legno, si scioglierà in primavera, e scenderà goccia dopo goccia attraverso la roccia.
Qualcuno, in fondo alla valle, la imbottiglierà ancora.



