Il Ragioniere delle Pastiglie
Guido Monero ha tenuto Torino dentro una scatoletta di latta.
Un gesto a Torino si imparava prima del dialetto: il pollice che faceva leva sul bordo di una scatoletta di latta, il clic secco, e poi quel profumo — menta, cannella, garofano — che saliva come un ricordo di qualcun altro e finiva per diventare il tuo.
In una casa del quartiere Crocetta, quel gesto ha perso uno dei suoi storici custodi.
Guido Monero, ottantacinque anni e per mezzo secolo volto e anima delle Pastiglie Leone, si è spento circondato dall’affetto della moglie Gigliola Serpero e dei figli Emanuele e Daniela.
In fabbrica lo chiamavano “il Ragioniere”, e la cosa lo divertiva.
Chi lo ha conosciuto lo descrive sempre allo stesso modo, come se il ritratto fosse già pronto da anni, inciso su una di quelle scatolette: il camice bianco della Leone, gli occhiali trattenuti da un cordoncino rosso, il sorriso aperto e quella voce inconfondibile, un po’ borbottante.
E poi il motto, “Avanti Savoia”, che per lui era insieme un saluto, un programma di lavoro e una dichiarazione d’identità,
Nati prima dell’Italia
La storia che Monero ha custodito per cinquant’anni comincia molto prima di lui, e persino molto prima dell’Italia.
Nel 1857 — quattro anni prima dell’Unità, come ricordava un vecchio slogan: “L’Italia non era ancora unita, ma le Pastiglie Leone c’erano già!” — un confettiere di nome Luigi Leone apre una bottega ad Alba e comincia a produrre piccole pastiglie digestive, intense e fragranti, da offrire a fine pasto.
Il successo è immediato, e Leone fa la strada che faranno generazioni di piemontesi ambiziosi: punta su Torino, la capitale.
Nella città sabauda la confetteria diventa un simbolo di eleganza dolciaria. Tra i clienti illustri figurano la Real Casa di Savoia — motivo per cui le confezioni possono ancora fregiarsi del vessillo di casa reale — e Camillo Benso, conte di Cavour, che aveva un debole per le gommose alla violetta: in suo onore furono ribattezzate “Senateurs”.
Pensateci, la prossima volta che ne sciogliete una in bocca: state letteralmente assaggiando il Risorgimento.
La Leonessa
Alla morte del fondatore, la storia fa una di quelle svolte che Torino sa regalare.
Nel 1934 la confetteria viene rilevata da Giselda Balla Monero, che con il fratello Celso gestiva un ingrosso dolciario che rivendeva proprio i prodotti Leone.
Giselda — “la Leonessa” — è un caso più unico che raro nell’Italia dell’epoca: un capitano d’industria in gonnella, una pioniera dell’imprenditoria femminile che trasforma la bottega artigiana in una vera industria, impiantando lo stabilimento nella palazzina liberty di corso Regina Margherita 242.
Guida l’azienda per mezzo secolo, fino agli anni Ottanta. È lei la prima custode della formula magica: crescere senza smettere di essere artigiani.
Il Ragioniere
Guido Monero in quella fabbrica c’è cresciuto, tra i rulli delle macchine confettatrici e il profumo di zucchero cotto.
Quando negli anni Ottanta raccoglie il testimone dalla madre, non si limita ad amministrare: espande, sperimenta, rischia.
Acquisisce molti degli storici marchi dolciari torinesi — De Coster, Dalmasso, Beata&Perrone, Morè, Razzano Minoli — come un collezionista che salva i pezzi di un museo disperso.
E collezionismo, in effetti, diventano le scatolette di latta delle pastiglie: oggetti di design prima che il termine andasse di moda, piccole capsule di grafica d’epoca che oggi si contendono i collezionisti.
Sotto la sua guida accanto alle pastiglie storiche arrivano nuove linee — le LeonSnella, le Cubifrutta — e gusti che raccontano il suo palato: tra i preferiti, le pastiglie all’assenzio.
Ma la vera passione del Ragioniere era il cioccolato.
Nel 2006, quando l’azienda lascia la storica palazzina di corso Regina Margherita per il nuovo stabilimento di via Italia, a Collegno, Monero ne approfitta per recuperare una lavorazione antica: nasce così il “Grezzo”, cioccolato ottenuto dalle fave di cacao con un mulino di pietra.
Un prodotto che è la sua dichiarazione d’intenti in forma solida: fare le cose con cura, senza perdere il legame con la tradizione.
Il passaggio da Torino a Collegno era una di quelle transizioni in cui le aziende di solito perdono l’anima.
Monero la attraversò con la stessa attenzione con cui si dosano gli aromi: l’allure d’élite intatta, la cura produttiva intatta, il radicamento torinese intatto.
La fabbrica cambiò indirizzo; la Leone no.
Le due clausole
C’è un episodio che dice di Guido Monero più di qualsiasi elogio.
Nel 2018, quando la famiglia decise di cedere le Pastiglie Leone a Luca Barilla e Michela Petronio per garantire al marchio continuità e futuro, il Ragioniere pose due condizioni vincolanti, non negoziabili: la produzione doveva rimanere a Torino, e il personale doveva essere tutelato.
Tutto il resto — il prezzo, i tempi, le clausole accessorie — veniva dopo.
In un’epoca in cui le cessioni d’azienda si raccontano con i comunicati stampa e le plusvalenze, quelle due righe sono un trattato di etica del lavoro: il marchio si può vendere, la comunità no.



