Il Piemonte del vino secondo Golden Vines Report
Un report fra 800 professionisti definisce il Piemonte come alto potenziale.
Secondo oltre 800 professionisti del fine wine, il futuro parla piemontese.
Nel Golden Vines® Report 2025, tra tutte le regioni del mondo, è proprio il Piemonte a essere indicato come l’area con più potenziale di crescita per il 2026, con il 20% delle risposte – davanti a Champagne (17%) e Borgogna (14%).
Che cos’è il Golden Vines Report (e perché ci riguarda da vicino)
Il Golden Vines® Report è una sorta di “rapporto sullo stato del fine wine mondiale”, compilato da Liquid Icons sulla base delle risposte di oltre 830 professionisti del settore: Master of Wine, Master Sommelier, sommelier di ristoranti stellati, distributori, broker, collezionisti, buyer e giornalisti specializzati, attivi in almeno 111 Paesi.
Non è un panel qualsiasi: i voti sono pesati in base alle qualifiche (MW, MS, DipWSET, ASI Diploma), agli anni di esperienza e al ruolo (vigneron, collezionisti storici, ecc.), per cercare di riflettere non solo il “rumore” del mercato, ma il giudizio ponderato di chi maneggia fine wine tutti i giorni.
Dentro questo quadro globale, il Piemonte emerge in tre punti chiave:
Regione n.1 al mondo per “upside potential” nel 2026: il 20% delle risposte la indica come l’area che potrebbe registrare le performance più interessanti tra tutte le regioni del pianeta.
Rischio ribasso relativamente limitato: solo il 3% degli intervistati vede il Piemonte tra le regioni con maggiore downside, molto meno di Bordeaux (29%), Borgogna (19%), California (19%) e Champagne (12%).
Presenza forte nelle shortlist dei premi: Gaja e Giacomo Conterno compaiono stabilmente tra i top nomi nelle categorie europee e globali, mentre Roagna e Giulia Negri entrano nelle liste dei “Rising Star” e dei migliori produttori al mondo.
In altre parole: il Piemonte è percepito come una regione in ascesa, desiderabile, ancora “underpriced” rispetto al suo potenziale, ma già ben ancorata nel gotha del fine wine globale.
Le grandi tendenze globali del fine wine (e come si riflettono in Piemonte)
Il cuore del Golden Vines Report non sono solo i premi, ma le tendenze che gli addetti ai lavori vedono per il 2026. Alcune parlano direttamente al DNA del Piemonte.
1. “Drink less but better”: meno volume, più valore
Una quota molto consistente delle risposte (oltre 250) segnala un calo dei volumi consumati – per motivi di salute, prezzi in aumento, cambiamento degli stili di vita – accompagnato però da una chiara spinta alla premiumisation: si beve meno, ma si spende di più per bottiglia, cercando qualità, storie e unicità. Oltre il 40% delle risposte ponderate cita esplicitamente la premiumisation; il mantra “drink less, better” ricorre in quasi il 30% delle risposte individuali.
Per il Piemonte questo trend è quasi perfetto:
Barolo, Barbaresco, i cru di Nebbiolo, alcune Barbera e Alta Langa di alto profilo non vivono (più) di grandi volumi, ma di posizionamento alto, riconoscibilità e collezionismo.
L’idea di “vino da meditazione”, di bottiglia che accompagna momenti rari e non quotidiani, si sposa bene con un consumatore che vuole meno routine e più esperienza.
È un cambio di paradigma che favorisce chi ha un racconto solido di terroir e una base collezionistica internazionale già avviata: il Piemonte, oggi, ce l’ha.
2. Salute, low/no alcohol e stili più leggeri
Un altro filone forte del report riguarda il boom dei low/no alcohol wines, trainato da salute, benessere e generazioni più giovani.
Più di 200 risposte (molto pesate) sottolineano questa tendenza, con attenzione a moderazione, riduzione dello zucchero e stili più leggeri.
Qui il Piemonte vive una doppia tensione:
Da un lato, il cuore del suo prestigio è legato a vini strutturati, complessi, spesso con gradazioni importanti (Barolo, Barbaresco, molte Barbera moderne).
Dall’altro, il territorio ha già in pancia strumenti per parlare al “nuovo bere”: Freisa e Grignolino più snelli, Nebbiolo in versioni meno estrattive, bianchi da Cortese, Timorasso, Arneis, Alta Langa come alternativa allo Champagne.
Sul fronte “no/low”, la regione è ancora indietro rispetto a mercati come Germania, Regno Unito, Nuovo Mondo.
A medio termine, o si sceglierà di specializzarsi nel vino “full experience” e lasciare ad altri l’universo no/low, oppure dovrà nascere una generazione di progetti che prendano sul serio questo segmento senza snaturare il carattere piemontese.
3. Sostenibilità e trasparenza: da optional a prerequisito
La sostenibilità è il tema più citato nelle risposte: oltre 300 contributi (prevalentemente molto pesati) la indicano come fattore critico per il successo futuro, con riferimenti a biologico, biodiversità, packaging più leggero, resilienza climatica.
Fra il 35% e il 40% delle risposte ponderate parla esplicitamente di trasparenza e “green labels” come richiesta dei consumatori, soprattutto più giovani.
Qui il Piemonte è molto avanzato sul campo (conversioni al bio, attenzione al suolo, riduzione degli input chimici, ricerca su vitigni autoctoni resistenti), ma Lo è meno, spesso, nella narrazione globale: altre regioni comunicano la loro sostenibilità in modo più diretto, strutturato e riconoscibile.
Per rafforzare la posizione economica del Piemonte nel fine wine, nei prossimi anni sarà cruciale:
Misurare e comunicare in modo credibile impatti, pratiche, certificazioni.
Collegare la sostenibilità a un discorso di longevità del vino e del paesaggio: il patrimonio UNESCO non è solo una bella foto; è un asset competitivo, se raccontato bene.
4. Mercato in correzione: Bordeaux e Borgogna arretrano, l’Italia sale
Uno dei dati più forti del report riguarda i movimenti relativi tra le grandi regioni storiche. Bordeaux è percepita come la regione con maggior rischio di downside (29% delle risposte), seguita da Borgogna (19%), California (19%) e Champagne (12%).
Il Piemonte, al contrario, è insieme a Toscana e Australia tra le aree considerate più protette dal rischio ribasso (soltanto 3% di risposte), pur avendo il maggior potenziale di crescita.
La lettura economica è abbastanza chiara:
I prezzi eccessivi e la speculazione su alcune icone di Bordeaux e Borgogna hanno creato bolle eccessive sul mercato secondario, con forti correzioni (il report parla, per esempio, di cali medi intorno al 30% in alcuni segmenti del secondario).
Gli operatori cercano ora regioni dove il rapporto tra prestigio, qualità e prezzo sia più equilibrato, più “sano”, e l’Italia – con Piemonte in prima fila – incarna bene questa ricerca.
Per il Piemonte è un momento irripetibile: può crescere in valore senza dover imitare gli errori di altre regioni. Il rischio, al contrario, sarebbe farsi tentare da una rincorsa al rialzo selvaggia sui top cru, bruciando in pochi anni il capitale di fiducia accumulato.
5. Digitalizzazione, DTC e autenticazione
Oltre 130 risposte indicano la digitalizzazione – vendite online, modelli direct-to-consumer, aste digitali, blockchain per la tracciabilità – come un trend strutturale del fine wine.
Circa il 15% delle risposte prospetta una crescita robusta del digitale nel lungo periodo.
In Piemonte, salvo poche eccezioni, il canale digitale è ancora spesso:
Frammentato.
Intermediato da importatori e piattaforme terze.
Poco sfruttato per creare relazione diretta con i collezionisti internazionali.
Se i grandi brand storici (Gaja, Conterno, Roagna) hanno ormai una base solida di collezionisti che seguono anche aste e mercati secondari, per la “fascia media alta” piemontese – decine di produttori con vini eccellenti ma ancora non iconici – il digitale potrebbe essere il ponte tra cantina e wine lover globale.
Piemonte nel radar dei premi: nomi, simboli e segnali
Al di là delle percentuali sulle regioni, il Golden Vines Report racconta il Piemonte anche attraverso i nomi che compaiono nelle shortlist dei premi:
Nella classifica dei migliori produttori europei, compaiono Gaja e Giacomo Conterno tra i top 10, accanto a mostri sacri come Egon Müller, Domaine Leroy, Armand Rousseau, Krug, Latour.
Nella lista dei migliori produttori al mondo, compaiono ancora Gaja e Giacomo Conterno accanto a Vega Sicilia, Krug, DRC, Chateau Margaux, Tenuta San Guido.
Nella categoria World’s Best Rising Star Award, tra i 10 nomi spiccano Giulia Negri e Roagna, due espressioni di una nuova generazione piemontese che parla bene alle sensibilità contemporanee: vigneti di altitudine, interpretazioni più aeree, narrazione colta ma non ingessata.
Questi inserimenti non spostano solo il valore di singole etichette e consolidano la percezione del Piemonte come ecosistema di eccellenza, capace di esprimere
Vantaggi competitivi chiave
Reputazione in piena fase ascendente
Il report cristallizza una sensazione diffusa: il Piemonte è “la prossima grande cosa” del fine wine, ma non è ancora arrivato al punto di saturazione di altre regioni. Per l’economia locale significa:
Spazio per aumenti di prezzo graduali e sostenibili.
Capacità di attrarre nuovi importatori e collezionisti.
Maggiore potere contrattuale nei confronti del trade.
Identità forte e non replicabile
Nebbiolo, Barolo, Barbaresco, le colline UNESCO, la frammentazione dei cru, la cultura contadina e borghese insieme: il Piemonte ha quell’insieme di tratti che il consumatore fine wine cerca oggi – origine chiara, racconto territoriale, autenticità – molto più di semplici marchi.
Diversificazione interna latente
Se la narrazione globale è ancora quasi tutta centrata su Barolo/Barbaresco, in realtà la regione ospita:
Vitigni autoctoni come “gateway products” per nuovi appassionati,
Barbera d’Asti e del Monferrato con potenziale gastronomico enorme.
Timorasso, Nascetta, Erbaluce, Arneis come bianchi identitari.
Alta Langa come alternativa credibile a Champagne nelle fasce premium.
In ottica economica, questa diversificazione è una polizza assicurativa contro eventuali shock su singole denominazioni.
Enoturismo esperienziale in posizione ideale
Il report sottolinea la crescita della domanda di esperienze immersive, turismo del vino, storytelling in prima persona.
Il Piemonte, con la sua densità di ristoranti stellati e trattorie d’autore, la cultura del tartufo, i paesaggi collinari già “instagrammabili di default”, è un contesto ideale per:
Pacchetti di turismo esperienziale ad alto valore aggiunto,
Percorsi verticali tra cru e annate,
Incontri diretti tra produttori e appassionati internazionali.
Fragilità e rischi strutturali
Clima e altitudine: una corsa verso l’alto
Il report parla esplicitamente di climate change come minaccia e opportunità, citando nuovi versanti, nuove altitudini, nuove regioni emergenti (Inghilterra, Balcani, altitudini estreme). In Piemonte:
Annate sempre più calde stanno già spingendo Nebbiolo verso colline più alte e esposizioni meno estreme.
Alcuni vigneti storici rischiano di diventare troppo caldi per lo stile che il mercato associa al Barolo classico.
La risposta – reimpianti, modulazione delle pratiche agronomiche, sperimentazione varietale – avrà un impatto diretto sulla tenuta economica di intere micro-aree.
Concentrazione di valore su poche denominazioni
Il riconoscimento globale, per ora, riguarda soprattutto la “triade” Barolo–Barbaresco–Langhe Nebbiolo. Il rischio è un Piemonte a due velocità:
Colline d’oro ipervalorizzate, con prezzi di terra e affitti vicini ai livelli borgognoni,
Aree periferiche (anche di grande potenziale) che restano nel cono d’ombra.
In ottica territoriale è importante che il “bonus reputazionale” del Piemonte venga distribuito lungo la filiera e fra le denominazioni, evitando un’eccessiva polarizzazione.
Speculazione e accessibilità
Il report mostra come alcuni mercati siano entrati in una spirale di speculazione eccessiva, finendo in forti correzioni.
Il Piemonte oggi è considerato relativamente sicuro, ma:
Su singoli cru e singole etichette la corsa dei prezzi è già ben avviata.
I collezionisti di lungo periodo sono disposti a pagare, ma i nuovi appassionati rischiano di percepire Barolo come “già fuori portata”.
Trovare un equilibrio tra la vocazione da investimento e l’idea di vino ancora “avvicinabile” è cruciale per la salute di lungo periodo del sistema.
Cosa significa tutto questo per chi ama (e porta) il Piemonte nel mondo
Per un pubblico di appassionati, il messaggio del Golden Vines Report è chiaro: se volete capire dove si gioca una parte importante del futuro del fine wine mondiale, guardate con attenzione al Piemonte nei prossimi 5–10 anni.
Significa, concretamente:
Che le grandi bottiglie piemontesi sono sempre meno un “segreto di pochi” e sempre più una valuta culturale globale, al pari dei grandi Bordeaux o dei grand cru borgognoni.
Che chi oggi esplora denominazioni secondarie o produttori emergenti sta potenzialmente giocando “in anticipo” rispetto a un’onda di domanda che deve ancora dispiegarsi del tutto.
Che visitare le colline, parlare con i vignaioli, capire come si stanno adattando a clima, mercati e nuove generazioni non è solo turismo: è osservare da vicino un laboratorio avanzato di economia del vino.
Per chi lavora nella filiera – consorzi, produttori, ristoratori, comunicatori – è il momento di:
Rafforzare la coerenza del racconto: meno slogan generici sull’eccellenza, più storie precise, dati, trasparenza.
Investire nella formazione del trade internazionale: sommelier, buyer e importatori sono gli stessi che rispondono ai sondaggi come quello del Golden Vines. Se il loro immaginario sul Piemonte si arricchisce e si raffina, l’effetto si vedrà direttamente sui mercati.
Sfruttare con intelligenza l’enoturismo, non come “cassa immediata”, ma come infrastruttura relazionale che collega per anni un appassionato a un territorio, a una cantina, a una denominazione.
Il Piemonte, tra desiderio globale e responsabilità locale
Il Golden Vines Report 2025 fotografa un momento raro. Il Piemonte è contemporaneamente desiderato, considerato solido, ancora in crescita e non (ancora) logorato dagli eccessi della finanza del vino.
Per gli appassionati, è forse il momento migliore per:
Approfondire.
Allargare lo sguardo oltre i nomi più ovvi.
Leggere le colline non solo come cartoline, ma come un ecosistema economico in trasformazione.
Per il territorio, è una chiamata alla responsabilità: diventare – nel prossimo decennio – non solo una delle capitali mondiali del fine wine, ma un modello credibile di come un distretto del vino possa crescere in valore senza perdere anima, accessibilità e paesaggio.
Se il prossimo capitolo del fine wine si scriverà davvero in piemontese, dipenderà tanto dai mercati globali quanto da ciò che succederà, molto concretamente, tra una vigna di Nebbiolo o di Freisa, un agriturismo pieno di appassionati stranieri e una bottiglia stappata con attenzione in un ristorante di Torino e Alba.
(Articolo scritto con il supporto di Perplexity.AI)



