Forno Trigo e la storia che aspettavamo
Una nuova bakery apre in via Giulia di Barolo. Si chiama Trigo, lavora con grani antichi e lievito madre. E in un quartiere come Vanchiglia si arricchisce di nuove bontà.
C’è un momento preciso, nel cuore della mattina torinese, in cui il profumo di un buon pane appena sfornato riesce a fermare le persone sul marciapiede. Non è nostalgia, non è marketing: è chimica, certo, ma è anche qualcosa di più antico e più difficile da nominare.
È la promessa che qualcuno, da qualche parte, si è svegliato per fare una cosa bene.
Quel qualcuno, adesso, ha un indirizzo. Si trova in via Giulia di Barolo 25A, a Vanchiglia, ed è il Forno Trigo.
Un nuovo punto di rinascita della panificazione e lievitazione torinese.
Grani antichi, lievitazione naturale
Trigo nasce con un’idea precisa, quasi programmatica nella sua semplicità: pane e dolci da forno, grani antichi, lievitazione naturale.
Tre scelte che, messe insieme, raccontano un orientamento filosofico prima ancora che una proposta gastronomica.
Lavorare con grani antichi significa scegliere varietà non ibridizzate per la resa industriale, cereali che conservano profili aromatici più complessi e una digeribilità superiore.
La lievitazione naturale — il lievito madre — richiede tempo, cura, una relazione quasi quotidiana con la pasta viva.
In un contesto in cui il pane è diventato spesso un accessorio, Trigo lo riporta al centro. Non come gesto reazionario, ma come scelta di qualità.
Una strada, un nome, una storia
Via Giulia di Barolo non è una strada qualunque.
Porta il nome della marchesa Giulia Colbert Falletti di Barolo, la filantropa che nel 1862 fece costruire la chiesa di Santa Giulia, oggi cuore pulsante del quartiere, e che in vita dedicò energie e patrimonio ai più poveri di questa città.
C’è qualcosa di appropriato, quasi intenzionale, nel fatto che in questa strada stia per aprire un forno. Il pane, del resto, è il gesto più antico della cura.
Vanchiglia: il quartiere del fumo, oggi
Per capire cosa significa aprire a Vanchiglia, bisogna conoscere Vanchiglia.
Il quartiere porta con sé secoli di trasformazioni: dall’insediamento preromano dei Taurini alle casette fatiscenti di barcaioli e lavandai descritte nel Settecento, fino alle ciminiere degli opifici ottocenteschi che gli valsero il soprannome popolare di Borgh dël fum — il Borgo del fumo.
Sorsero qui le prime fabbriche Venchi, le carrozzerie Farina, la “Società del gaz”. Era un quartiere di lavoro manuale, di artigianato, di produzione.
Poi arrivò il declino industriale, poi la riqualificazione, poi gli studenti, poi la movida di via Santa Giulia.
Oggi Vanchiglia è un quartiere in equilibrio — tra la vivacità creativa dei giovani che affollano i locali serali e la quiete dei residenti storici, tra l’apertura di nuovi spazi culturali e la resistenza silenziosa dei piccoli negozi.
Il Campus Luigi Einaudi di Norman Foster, inaugurato nel 2012 sul Lungo Dora, ha ulteriormente sedimentato questa identità ibrida: un quartiere che guarda al futuro senza dimenticare da dove viene.
In questo scenario, un forno artigianale ha senso in modo quasi naturale. Vanchiglia ha sempre avuto fame di autenticità.
La fetta di polenta e il profumo del pane
A pochi passi da Trigo si trova uno dei palazzi più eccentrici di Torino: la Casa Scaccabarozzi, nota come la Fetta di polenta, costruita nel 1840 da Alessandro Antonelli — lo stesso della Mole — per la moglie Francesca.
Un edificio che misura appena 0,70 metri sul lato più stretto, dipinto in ocra, sottile come una lama nel tessuto urbano. Antonelli stesso abitava al numero 9 di via Vanchiglia.
Fred Buscaglione viveva in via Bava 26 bis.
Carol Rama ha vissuto e lavorato in via Napione fino alla sua morte nel 2015.
Vanchiglia è sempre stato il quartiere in cui l’arte e la vita quotidiana si mescolano senza cerimonie.
Un forno che lavora con lievito madre e grani antichi non è fuori luogo qui. È esattamente a casa.
Una speranza concreta
C’è una parola spagnola e portoghese — trigo — che significa grano. È il nome che i fondatori di questa bakery hanno scelto per sé, e contiene già tutto: la materia prima, la semplicità, il rispetto per ciò che viene dalla terra.
Aprire un forno artigianale nel 2026 non è un gesto romantico.
È una scommessa difficile, economicamente, fisicamente — gli orari di chi fa il pane non sono umani nel senso che diamo comunemente a quella parola.
È una scelta che richiede convinzione.
Vanchiglia ha già visto arrivare e andarsene molte cose. Ma ha anche la memoria lunga di un quartiere che sa riconoscere quando qualcosa è fatto con intenzione vera.
Un forno che odora di lievito madre al mattino, in una via che porta il nome di una donna che credeva nel bene comune: forse non è una coincidenza.
Forse è esattamente il tipo di storia che questo quartiere sa raccontare meglio di tutti.
Forno Trigo — Via Giulia di Barolo 25A, Torino. Su Instagram: @fornotrigo



