Il cornicione come meridiano
Come una pizzeria napoletana sopravvissuta a mezzo secolo ha ricalibrato il palato di Torino.
Dal 1976, la Flegrea occupa la striscia di marciapiede di corso Massimo D’Azeglio 114 con la stessa ostinazione con cui il cornicione — alto, alveolato, fragrante — occupa il bordo del piatto: discreta nell’aspetto, irrinunciabile nella sostanza.
Il Sud al Nord, via forno a legna
Per capire cosa significò aprire una pizzeria napoletana a Torino nel 1976, bisogna ricordare cosa fosse Torino nel 1976.
Una città industriale, operaia, piemontese fino al midollo.
Una città dove la pizza si mangiava al padellino — bassa, compatta, croccante sotto — come si era sempre fatto, come era giusto fare.
Il cornicione alto, gonfio, morbido al morso, era una cosa meridionale. E il meridionale, a Torino di quell’epoca, era il vicino di casa arrivato in fabbrica, non necessariamente un esperto di gastronomia.
Eppure qualcuno decise di accendere uno dei primissimi forni a legna della città e di mettere in tavola la pizza napoletana verace, quella con l’impasto steso a rota ‘e carretta — la ruota del carretto — come si faceva nel Sud Italia. Era un atto di fiducia, o forse di testardaggine. Fu, a tutti gli effetti, una piccola rivoluzione.
La seconda vita
Le grandi storie sopravvivono alle generazioni. Alcune muoiono alla prima.
Flegrea ha attraversato la soglia dei cinquant’anni non perché nulla sia cambiato, ma perché il cambiamento è stato scelto con cura.
Nel 2018, la pizzeria ha vissuto un cambio di gestione affidandosi a due soci dalla biografia insolita per il contesto: Gianluca Poggio ed Enrique Jiménez. Un piemontese e uno spagnolo, entrambi convinti che il patrimonio della Flegrea valesse la pena di essere onorato senza essere imbalsamato.
Sotto la loro guida, il vecchio forno a legna ha lasciato il posto a tre forni elettrici — uno per la sala, uno per l’asporto e il delivery, uno dedicato esclusivamente al senza glutine — e l’impasto si è evoluto in cinque varianti: semintegrale, integrale, carbone vegetale, multicereale, gluten free.
La filosofia tecnica è diventata più rigorosa: alta idratazione, lievitazione che dura dalle 48 alle 72 ore, una rete di fornitori costruita sull’eccellenza campana, con materie prime DOP, IGP e Presidi Slow Food.
Nel primo anno di questa rinascita, Gambero Rosso ha riconosciuto Flegrea con Due Spicchi e 83 punti su 100, inserendola tra le dieci migliori pizzerie di Torino.
Un locale che assomiglia a una città
Entrare da Flegrea oggi è come sfogliare un archivio.
Il piano terra ospita la sala Teatro, arredata con le poltrone originali dello storico Teatro Macario di Torino — quelle stesse sedute che per decenni avevano accudito spettatori di commedie e varietà.
Al piano superiore si trova la Sala Stampa, dedicata alla storia del giornalismo cittadino, e il privé chiamato Tinello, pensato per cene d’occasione.
Centottanta coperti in tutto, distribuiti tra memoria teatrale e memoria tipografica: un ristorante che ha scelto di raccontare Torino alle stesse persone che vivono a Torino.
La cura per l’inclusività si estende fino al bicchiere.
Grazie alla partecipazione diretta dei titolari nel birrificio artigianale piemontese Soralamà, con sede a Vaie in Val di Susa, Flegrea serve alla spina Welcome, una birra bionda artigianale certificata senza glutine, prodotta con l’acqua leggera di montagna della valle.
È una rarità: una birra artigianale gluten free che abbina la logica dell’inclusività a quella della qualità artigianale, senza che l’una sacrifichi l’altra.
La pizza del cinquantesimo
L’8 luglio 2026, Flegrea apre le porte per una festa pubblica.
L’ingresso è libero, le pizze in carta sono scontate del cinquanta per cento — come da tradizione del mercoledì, elevata per l’occasione ad atto civico — e debutta la Pizza 50 Special, pensata come un atto di storytelling commestibile.
L’impasto è semintegrale, macinato a pietra, steso a rota ‘e carretta come negli anni Settanta.
La guarnizione percorre i decenni: crema di carciofi, fior di latte, pomodori corbarino, funghi porcini pregiati, prosciutto arrosto, fior di carciofo intero aggiunto fuori cottura e — a rifinire la consistenza — un crumble di olive taggiasche.
Il menu è un documento storico in formato edibile: ogni ingrediente appartiene a una stagione diversa della cucina italiana, assemblati insieme con l’intenzione di dimostrare che cinquant’anni non pesano su chi ha saputo restare leggero.
Cosa sopravvive
“La pizza non è mai stata solo cibo. È memoria, è famiglia, è il modo in cui diciamo a chi entra: sei a casa.”
Così dichiarano i titolari, con una frase che — in bocca a chiunque altro — rischierebbe di sembrare uno slogan.
Da Flegrea, dopo cinquant’anni, suona come una descrizione tecnica.
La vera storia della pizzeria non è quella di un locale che ha resistito.
È quella di un locale che ha avuto il coraggio, nel 1976, di dire a una città abituata al padellino che esisteva un altro modo.
E poi, quarant’anni dopo, il coraggio di rifarlo — di ricominciare a convincere, di nuovo, con lo stesso argomento antico: un impasto ben lavorato, una lievitazione rispettata, un cornicione che sa di pane.
Torino, nel frattempo, è diventata una città diversa.
Più aperta, gastronomicamente curiosa, disposta ad ascoltare chi arriva da sud con qualcosa da dire.
Flegrea era lì, su corso Massimo d’Azeglio, quando questo cambiamento era ancora impensabile.
Ed è ancora lì, adesso che sembra ovvio. Questo, forse, è il vero significato di cinquant’anni.
Pizzeria Flegrea — Corso Massimo d’Azeglio 114, Torino. Aperta tutti i giorni dalle 19:00 e domenica a pranzo. L’evento del 50° anniversario si terrà mercoledì 8 luglio 2026. Prenotazioni e info: flegrea.eu




