Una fetta di Roma sul Po
Finarella porta la pizza scrocchiarella a Torino.
C’è un momento preciso in cui capisci che stai mangiando una pizza romana. Non è quando la guardi — piatta, sottile, quasi trasparente ai bordi — ma quando la mordi.
C’è un suono. Un scroc netto, secco, definitivo. È quella frattura tra il dente e l’impasto che ti ricorda perché la pizza non è un’unica cosa, e perché ogni latitudine abbia tutto il diritto di raccontarla a modo suo.
A Torino, dove per anni la pizza ha quasi sempre significato o il padellino tradizionale o un cornicione gonfio e morbido, una base elastica profumata di San Gennaro, quel suono mancava. Adesso non manca più.
La storia dello spazio
FINARELLA ha aperto a maggio in uno degli indirizzi più carichi di memoria gastronomica della città.
Prima qui c’era Peyrano, il tempio del cioccolato torinese; poi la pasticceria Gaudenti.
Adesso Marco Bonomi, imprenditore torinese di lungo corso, ha trasformato le grandi boule di vetro che la Peyrano usava per custodire i cioccolatini in applique luminose.
Durante i lavori è venuta fuori una volta ottocentesca, nascosta sotto un controsoffitto in scagliola probabilmente del dopoguerra: anche quella è rimasta visibile, trattata con interventi conservativi minimi.
Il locale racconta tre secoli nello stesso soffitto. Non è un gesto nostalgico. È una dichiarazione di metodo.
Pizza Romana. Punto.
Il payoff scritto sul menu è quasi arrogante nella sua semplicità. Ma è onesto. Bonomi non fa fusion, non contamina, non reinterpreta “in chiave piemontese”.
L’impasto — farine selezionate, fermentazione rispettata, idratazione calibrata — produce una pizza stesa sottile, croccante in modo uniforme dal centro al bordo, senza quella zona morta e gommosa che spesso caratterizza le imitazioni.
Le Romane Semplici del menu sono esattamente quello che devono essere: la Cosacca con pomodoro, pecorino, basilico e origano a 7 euro è un manifesto di understatement gastronomico. La Margherita con bufala — 10,50 euro — è generosa senza essere ridondante.
Tra le Romane Speciali, la pizza Vittorio conquista: crema ai tre pomodori ripassati, burro, Parmigiano Reggiano e salsa verde al basilico.
Sembra una contraddizione — tanta grassezza, tanta acidità — eppure funziona con la logica di un’equazione risolta.
La Lurida (fiordilatte, pomodoro, gorgonzola, salsiccia e cipolla caramellata) è più audace, più pesante, meno elegante, ma ha una sincerità golosa che non si può ignorare.
Perché Torino aveva bisogno di questo
C’è una tendenza, nelle città che non sono Napoli, a trattare la pizza napoletana come il principale paradigma legittimo. È comprensibile: la napoletana ha una storia, una tecnica codificata, un’identità protetta.
Ma la pizza italiana è plurale. È romana, è veneta, è di Sorrento e di Palermo, torinese.
Torino, città che ha saputo importare e rielaborare culture gastronomiche con rara intelligenza — dalla finanziera al cioccolato, dal vermouth alla bagna caôda — meritava uno spazio dedicato alla tradizione capitolina, proposta con serietà e senza scuse.
Finarella riempie quel vuoto. Non come alternativa, ma come aggiunta. Non come provocazione alla napoletana, ma come conferma che il pluralismo gastronomico non impoverisce un contesto: lo arricchisce.
Il pranzo come ancora di territorio
Il menù del giorno a 9,50 euro — pizza romana classica, o tre supplì, o un’insalata, con acqua e coperto inclusi — posiziona Finarella anche come presidio di qualità per la pausa pranzo.
In una città dove il business lunch si divide spesso tra il generico e il caro, questa è una proposta concreta e intellettualmente onesta.
Finarella — Torino. Orario pranzo dal lunedì al venerdì; cena tutti i giorni. Pizza da 7 a 13 euro. Supplì da 3 a 4 euro. Menu del giorno a 9,50 euro (acqua e coperto inclusi).
Una nota: il locale mantiene un piccolo corner di pasticceria in omaggio alla storia Peyrano. Ordinate la crostata ricotta e visciole — 6 euro — prima che finisca.



