Tra gli ingranaggi e le stelle: il pizzaiolo che scommette sul Roero
In un territorio votato al vino, la pizza di Davide Di Bilio fa scuola.
La sera del 16 giugno, a Canale d’Alba, qualcuno ha svelato un muro.
Non è una metafora, ma è letteralmente un murale, grande, sui due lati esterni della pizzeria Fuoritempo.
Lo ha realizzato Guerrilla Spam, collettivo fiorentino che mescola incisioni rupestri, manoscritti arabi medievali e street art con una disinvoltura che dovrebbe sembrare caotica e invece convince.
Si chiama Mi farò strada tra cento miliardi di stelle.
Da un lato, una figura che risale una spirale verso il sole.
Dall’altro, un labirinto di orologi e ingranaggi meccanici tratti dai manoscritti di Al-Jazari, il genio arabo del XII secolo che costruì macchine per misurare il tempo senza mai riuscire davvero a imitarlo.
Il cosmo contro il calendario. L’infinito contro il timer. Per un locale che si chiama Fuoritempo e ha una collezione di orologi d’epoca tutti regolati su orari diversi, è una scelta quasi ovvia — eppure funziona.
L’opera guarda al 2027, quando Alba diventerà Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea.
Un murale a quindici chilometri dal capoluogo è un modo per dire che l’arte pubblica non ha bisogno di una grande città per esistere. È anche un modo per piantare una bandiera.
La notizia vera
Ma la serata portava un annuncio più sostanzioso: Fuoritempo chiude la sede di Chieri e apre a Santo Stefano Roero, su un sentiero panoramico tra le colline UNESCO, dentro una cascina di inizio Novecento con un bosco di castagni centenari intorno.
Non sarà una pizzeria tradizionale.
Sarà un home restaurant su prenotazione, per piccoli gruppi, con percorsi di degustazione personalizzati. Il tipo di posto in cui si mangia una volta sola e poi se ne parla per anni.
Davide Di Bilio — pizzaiolo, bakery chef, tre Spicchi Gambero Rosso, 50TopPizza — è nato in questa terra.
Tornare qui non è una ritirata, è una scelta. Quella di fare meno cose, ma fatte meglio. Quella di avere due sedi vicine invece di un satellite lontano, e magari riuscire ad andare a dormire a un’ora decente.
La sua pizza già lo racconta: farine macinate a pietra, fermentazioni lunghe, cereali dimenticati come farro, orzo, avena, ceci.
Non è nostalgia — è tecnica applicata con pazienza.
La stessa pazienza con cui si aspetta che una cascina venga restaurata, o che una città di provincia diventi capitale dell’arte contemporanea.
C’è anche un documentario in arrivo sulle Pesche di Canale — frutto locale, storia secolare, rischio di scomparsa.
Fuoritempo lo finanzia.
Un pizzaiolo che produce un film sulla frutta è, nel 2026, esattamente il tipo di notizia che vale la pena raccontare.



