Il pasticcio brutto di Comala: guerra civile nella sinistra torinese?
Fra video social e prese di posizione, una vicenda paradossale.
Da alcuni giorni parte del dibattito pubblico torinese verte sulla chiusura di Comala.
Comala è uno spazio di aggregazione che da 15 anni offre spazi per studiare, fare musica, programmazioni culturali varie ed anche una squadra di calcio.
L’ex caserma Lamarmora è la sede degli spazi.
Ma cosa è successo?
Dopo 15 anni di attività, il Comala – come detto storico centro di aggregazione giovanile e culturale all’ex Caserma Lamarmora di corso Ferrucci a Torino – dovrà chiudere gli spazi e lasciare la gestione degli ambienti.
Il motivo? La commissione tecnica della Circoscrizione 3 ha assegnato, tramite un bando pubblico, la nuova concessione pluriennale a una rete di associazioni riunite sotto la sigla “Ferrucci Hub”, guidata da Social Innovation Teams Italia, realtà no‑profit con sede a Milano che punta su progetti di innovazione sociale.
Il bando e la nuova gestione
Il bando, pubblicato nell’autunno 2025 dalla Città di Torino, mirava a superare un modello frammentato degli usi dell’ex caserma e a concedere in modo unitario il Centro di Protagonismo Giovanile per un decennio.
A contendersi lo spazio sono state due proposte: da un lato Comala, cioè l’associazione che ha gestito lo spazio per gli ultimi quindici anni con diciannove dipendenti e un intenso programma di iniziative culturali, sociali e politiche; dall’altro Ferrucci Hub, una cordata di associazioni (tra cui Area G, Nessuno, Eufemia, Misteria, Zero Waste Italy e altre).
La commissione ha premiato la proposta della rete Ferrucci Hub sulla base dei criteri tecnici stabiliti, aprendo una nuova fase che, nelle intenzioni dell’amministrazione, mantiene la vocazione giovanile dell’area.
Secondo i nuovi gestori, la gestione pubblica non è “proprietà privata” di un unico soggetto e il protagonismo giovanile andrebbe favorito in modo più aperto e plurale, non concentrandosi in un’unica realtà.
La reazione del Comala e la “chiusura”
Il presidente di Comala, Andrea Pino, ha però parlato chiaramente di “chiusura” di un’esperienza, più che di semplice cambio di gestione.
In un video pubblicato sui social, sottolinea che Comala non è stato solo un gestore ma un progetto di comunità, di coesione sociale e di democrazia partecipata, frequentato da migliaia di persone e aperto a molte realtà che vi si sono aggregate gratuitamente o con costi ridottissimi. [youtube]
La denuncia è duplice: da un lato la scelta del Comune sarebbe soprattutto politica, con un cambio di vocazione dell’area che non tiene conto del valore costruito e della continuità di gestione; dall’altro, la pausa tra uscita di Comala e ingresso del nuovo gestore rischia di lasciare lo spazio vuoto per mesi, interrompendo attività, relazioni e pratiche già consolidate.
La polemica sul modello di gestione
La vicenda ha acceso una polemica politica e culturale più ampia: da una parte, chi sostiene che la pubblica amministrazione abbia il diritto – e il dovere – di rinnovare periodicamente i bandi e di aprire a nuovi soggetti, anche più strutturati.
Dall’altra chi vede nel distacco di Comala il segnale di una città che tende a ridurre la partecipazione dal basso e a favorire modelli più istituzionali e imprenditoriali.
Ferrucci Hub, nelle proprie repliche, mette in risalto criticità emerse negli ultimi anni: difficoltà di accesso per alcuni collettivi, riduzione della pluralità interna, clima talvolta “aggressivo” e una gestione che sarebbe progressivamente diventata più autonoma rispetto alla natura pubblica dell’immobile.
Per i nuovi vincitori, la concessione pluriennale è un’occasione per riaprire davvero lo spazio a un protagonismo giovanile più ampio, diversificato e competente, anche se non è facile immaginare un passaggio morbido per chi da 15 anni vive Comala come un pezzo di sé.
Ma cosa ne capisce il cittadino della vicenda?
Quello che sta vedendo il cittadino comune torinese della vicenda non è uno spettacolo bello.
La vicenda sembra una resa dei conti interna alla “sinistra torinese”.
Perché se i gestori del Comala accusano apertamente il “sistema PD”, dall’altra certamente il Comala è stato sempre vicino ad ambienti della sinistra antagonista cittadina.
A pensare male, potrebbe essere in atto un “regolamento di conti” fra le varie anime della sinistra torinese. Anche in vista delle elezioni amministrative 2027.
In un video Andrea Pino non si nasconde, accusando i promotori di Ferrucci HUB con accuse al limite della diffamazione.
A rendere ancora più comica la vicenda è la posizione di Francesco Tresso di Torino Domani. Assessore e membro della maggioranza di Stefano Lorusso.
“Comala ha rappresentato uno spazio libero, spesso indipendente, a volte anche scomodo. Ed è proprio questa vitalità che ha dato forza al progetto. Torino ha bisogno di luoghi capaci di produrre cultura dal basso, di sperimentare, di includere. Non di spazi sterilizzati o omologati, ma di realtà che abbiano un radicamento autentico nel territorio.
Interrompere una gestione così lunga e riconosciuta senza un percorso condiviso rischia di disperdere un patrimonio collettivo. Il radicamento non si improvvisa e non si replica su carta. Si costruisce nel tempo, giorno dopo giorno, attraverso relazioni, fiducia e presenza costante.
Torino Domani ritiene che la continuità sociale e il valore costruito in questi anni meritassero una tutela diversa, una transizione meno traumatica e più rispettosa del percorso fatto. Perché amministrare significa anche riconoscere quando un’esperienza ha generato bene comune”.
Ok, ma nella sala dei bottoni di Torino ci siete anche voi…
La posizione di Comala
Chiude Comala, e chiude “per scelta del Comune di Torino”: è con queste parole che Andrea Pino, presidente dell’associazione culturale Comala, descrive la fine di 15 anni di esperienza dentro l’ex Caserma Lamarmora di corso Ferrucci a Torino.
Per Pino non si tratta di un semplice cambio di gestione, ma di una vera e propria cancellazione di un progetto di comunità, di uno spazio pubblico rigenerato dal basso e ora riavviato in un altro senso, con un nuovo soggetto capofila e una vocazione più orientata al mondo dell’impresa e dell’innovazione.
“Comala chiude, non c’è un cambio di gestione”
Nel video pubblicato sui canali social, Pino insiste sul punto chiave: Comala non sta passando la mano a qualcun altro rimanendo nel clima e nel progetto originale, ma chiude completamente, con lo svuotamento degli spazi, la sospensione di migliaia di presenze quotidiane e la fine di 21 rapporti di lavoro stabili e regolari.
Per Pino, il problema non è solo la competizione tra progetti: “Non stiamo parlando di un servizio che viene assegnato a un fornitore migliore – spiega nel video – stiamo parlando di uno spazio pubblico abbandonato dal Comune, recuperato dal territorio, che poi viene messo in bando come se fosse un pacchetto di servizi predefiniti”.
A suo dire, dunque, la commissione avrebbe trasformato in “servizi” ciò che era invece un processo di costruzione dal basso, costruito nel tempo da studenti, collettivi, associazioni e singole persone che si sono riconosciute in quel luogo.
Dieci anni di concessione in sospeso
Il presidente di Comala ricostruisce anche gli anni di relazione tra l’associazione e l’amministrazione pubblica, sottolineando un punto delicato: la concessione sugli spazi era scaduta da anni e in parte mai rinnovata in modo chiaro, pur con decine di solleciti da parte dell’associazione.
Per lungo tempo Comala avrebbe chiesto una regolarizzazione amministrativa che permettesse di lavorare in sicurezza, aprire bagni per le persone con disabilità, ristrutturare aree, usare pienamente l’ascensore o il cortile, ma la Circoscrizione 3 non avrebbe normato la situazione in via definitiva.
“La nostra concessione su questa cosa è scaduta da sei anni – dichiara Pino – e il Comune ha avuto anni di tempo per regolarizzare e non lo ha fatto. Ora, improvvisamente, il regolamento cambia e si fa un avviso pubblico, presentato come passaggio tecnico, che in realtà ha cambiato completamente la carta geografica dello spazio.”
L’impatto sociale e la questione lavoro
Pino mette molto in evidenza il costo umano e sociale della chiusura: 21 persone licenziate, decine di progetti di cooperazione interrotti, centinaia di realtà associative ospitate o coinvolte che si trovano a dover ridisegnare il proprio futuro.
“Questo spazio viveva in autonomia, senza fondi pubblici, senza fondazioni bancarie, autofinanziandosi – sottolinea – e allo stesso tempo garantiva aule studio gratuite, concerti senza biglietto, spazi gratuiti o a costi simbolici, apertura quotidiana e presenza di persone che lavoravano con regolarità, con buste paga, tredicesima, contributi.”
La possibile denuncia e il confronto politico
Nel filmare le sue parole, Pino non nasconde la tensione politica: accusa apertamente il Comune di Torino, la Circoscrizione 3 e il Partito Democratico di avere preso una decisione che privilegia interessi di parte, legati a una rete di associazioni e a un’idea di città ancorata all’impresa e all’innovazione, anche a costo di distruggere un’esperienza sociale già funzionante.
In risposta, il PD metropolitano ha annunciato l’intenzione di presentare querela, interpretando alcune sue dichiarazioni come potenzialmente diffamatorie.
Per Pino, però, il punto non è chi appartenga il nuovo gestore, quanto il fatto che “l’amministrazione abbia deciso di distruggere un’esperienza di comunità che era andata avanti per quindici anni”.
La commissione tecnica, che ha valutato due proposte diverse, avrebbe così scelto di osare un modello di gestione del tutto nuovo, con una soglia qualitativa e sociale che non è chiara: “Come si fa a pensare che la priorità sia lo studio degli spazi per i giovani – si chiede – e poi si assegna uno spazio a un’associazione che ha 39 mila euro di bilancio, nessun dipendente, e che funge da soggetto capofila per una rete di realtà spesso non ancorate al territorio?”.
Nel chiudere il suo intervento, Pino insiste sulle prossime fasi: analisi degli atti, valutazione del ricorso, consultazione con gli uffici, ma anche, soprattutto, la volontà di non far sparire completamente il patrimonio relazionale accumulato in 15 anni.
La cordata Ferrucci HUB
La cordata “Ferrucci Hub” è una rete (ATS) composta da otto associazioni, coordinata da Social Innovation Teams Italia APS (Presidente Paolo Landoni) che si è aggiudicata il bando per la gestione pluriennale del Centro di Protagonismo Giovanile di corso Ferrucci a Torino.
Le associazioni che compongono Ferrucci Hub sono:
Social Innovation Teams Italia APS – soggetto capofila, comunità non profit attiva nell’ambito dell’imprenditorialità e innovazione sociale
Area G ETS – ente di terzo settore attivo nella gestione di spazi e servizi per giovani e comunità.
Associazione Nessuno APS – realtà impegnata in progetti sociali e culturali, con esperienza in centri giovanili e spazi pubblici.
Il Tiglio ETS APS – impegnata in arte relazionale e teatro sociale.
Eufemia APS – associazione con vocazione internazionale e radicamento nella Circoscrizione 3 di Torino.
Associazione Misteria APS – collettivo interdisciplinare attivo nelle arti performative.
Si Può Fare APS – focalizzata sull’autonomia di giovani in situazioni di fragilità sociale.
Zero Waste Italy – rete nazionale dedicata alla sostenibilità e al paradigma “Rifiuti Zero”.
La rete sottolinea di provenire da esperienze pluriennali nella gestione di centri giovanili, spazi culturali e percorsi di innovazione sociale, con numerose attività già presenti sul territorio torinese.



