Il mondo che ha costruito senza che gliene fossi grato
Carlin Petrini è mancato questa notte.
Carlo “Carlin” Petrini è morto questa notte a Bra, nella sua casa, all’età di settantasei anni.
Quando la notizia mi è arrivata, ho avvertito quella sensazione strana che si ha quando scompare qualcuno che non hai mai amato del tutto, ma che ha contribuito a costruire il pavimento su cui cammini.
Non sono mai stato un petriniano.
Diciamolo subito, perché l’onestà è l’unico modo decente per cominciare un articolo commemorativo.
Ho sempre trovato il suo carisma un po’ ingombrante, il suo tono profetico a tratti irritante, la retorica del “buono, pulito e giusto” — per quanto fondata — troppo suscettibile di diventare uno slogan da maglietta.
Ho incrociato, sempre da lontano, la sua figura molte volte: a Terra Madre, nelle discussioni che accompagnano ogni edizione del Salone del Gusto a Torino, nelle pagine di libri che ho letto. Non mi ha mai convertito. Non era il mio tipo di santità.
Eppure stamattina mi sono trovato a pensare a una cosa molto specifica: il fatto che io esista professionalmente — che esista questa cosa chiamata “comunicazione del cibo” in cui lavoro — è in parte una conseguenza diretta di ciò che Carlo Petrini ha fatto.
Prima di lui, il cibo era nutrizione o era lusso e solo in piccola parte cultura.
Era la rubrica in fondo al giornale, il programma del sabato mattina, la nonna che ti insegnava la pasta fresca.
Non era discorso o una narrazione. Era identità ma percepita male, non era politica, non era cultura nel senso alto del termine.
Petrini — con quella sua energia da predicatore laico, con quella capacità di tenere insieme il contadino senegalese e lo chef stellato, l’attivista di Nairobi e il casaro delle Langhe — ha imposto al mondo l’idea che il cibo fosse tutto questo insieme. Che mangiare fosse un atto politico, e che parlarne fosse un dovere civile.
Ci si può discutere. Si può dire che quella visione era romantica, a tratti contraddittoria, che il movimento Slow Food ha avuto le sue ombre e i suoi cortocircuiti.
E ci sarà tempo per farlo — per guardare l’eredità con la lente giusta, senza la fretta del lutto e senza l’agiografia facile dei necrologi. Non è questo il momento.
Quello che voglio dire oggi è più semplice.
Il segno più concreto e più duraturo del suo lavoro non è un manifesto né un discorso.
È un edificio a Pollenzo, nelle Langhe, dove ogni anno centinaia di studenti da tutto il mondo vengono a studiare le scienze gastronomiche come si studia economia o ingegneria.
L’Università di Scienze Gastronomiche è forse la cosa più radicale che Petrini abbia mai fatto — non perché sia una scuola di cucina, ma perché è esattamente il contrario: è un posto dove il cibo viene trattato come oggetto di pensiero, di ricerca, di storia.
Dove si studia l’antropologia del pane con la stessa serietà con cui si studia la biochimica della fermentazione. Dove la gastronomia è una disciplina accademica a tutti gli effetti.
Quando è nata, nel 2004, sembrava una follia visionaria.
Oggi è un’istituzione riconosciuta e rispettata.
E ogni volta che qualcuno — un giornalista, un consulente, un ricercatore — prende sul serio il cibo come oggetto intellettuale, c’è un filo invisibile che porta a quella decisione, presa da un uomo di Bra con un’idea fissa.
Non ho mai subìto il fascino di Carlin Petrini. Ma vivo nel mondo che lui ha contribuito a rendere possibile.
E stamattina, mentre la notizia si diffondeva, ho pensato che forse questo è il tipo di grandezza più difficile da riconoscere: non quella che ti convince, ma quella che cambia il campo da gioco prima ancora che tu arrivi a giocare.




Bella riflessione Dario.