Alea: il Castello che ha lanciato il suo dado nel Monferrato
Alessandro Bartoli e Giulio Canavese hanno dato vita ad un fine-dining accessibile.
C’è un momento, in un pomeriggio di primavera piemontese, in cui la luce filtra attraverso le finestre di un antico castello e illumina tazze vintage con i centrini della nonna, mentre farfalle di carta danno il benvenuto alla nuova stagione.
È qui, a Castell’Alfero, in provincia di Asti, che due giovani chef hanno deciso di scommettere tutto — letteralmente, come suggerisce il nome del loro ristorante, Àlea, dal latino “il dado è tratto”.
Due vite che si incontrano a Barcellona
Alessandro Bartoli, astigiano di poco più di trent’anni, e Giulio Canavese, ligure trentacinquenne, non si sono conosciuti in una cucina qualsiasi.
Si sono trovati fianco a fianco tra i fornelli del Disfrutar di Barcellona, uno dei ristoranti più influenti al mondo, dopo che Bartoli aveva affinato la propria tecnica con Dani García e Ricard Camarena, e Canavese — ingegnere convertito alla pasticceria — aveva studiato all’Alma, perfezionato l’arte della panificazione a Venezia con Enrico Bartolini e lavorato in Francia con Georges Blanc.
La loro storia professionale racconta un percorso di alta cucina internazionale che oggi trova casa, sorprendentemente, in un piccolo borgo del Monferrato astigiano.
Nel 2022 Bartoli è tornato in Piemonte e ha partecipato al bando per ottenere in gestione il castello di Castell’Alfero, un edificio che aveva conosciuto tempi migliori — e anche una lunga chiusura dopo l’esperienza di una precedente gestione.
“La sala era in condizioni difficili, è stato necessario guardare oltre, immaginare, avere una visione forte di come volevamo che diventasse” racconta lo chef, che da giovane sognava persino di insegnare storia all’università prima di essere assorbito dalla passione per la cucina.
Un Fine Dining che non si vergogna di essere accessibile
Ciò che distingue Àlea, apertosi nell’estate del 2025, non è soltanto la location panoramica che abbraccia le colline del Monferrato, ma la filosofia dichiarata dei suoi fondatori: costruire un’alta cucina che non intimidisca.
Il ristorante propone tre percorsi degustazione ben distinti — un menu classico a 65 euro, un menu interamente vegetariano a 70 euro e il menu creativo Àlea a 85 euro, oltre alla possibilità di ordinare ogni piatto anche à la carte.
Esiste anche un menu Under 35 a 35 euro, pensato esplicitamente per chi desidera l’alta cucina ma la percepisce come lontana o inaccessibile.
La sala, con i suoi tavoli tondi eleganti, conserva un tocco letterario inaspettato: su ogni tavolo una zuppiera custodisce brani letterari arrotolati attorno a posate, un piccolo rituale che invita gli ospiti a fermarsi e leggere prima di mangiare.
Gli chef hanno scelto consapevolmente di evitare la sequenza esagerata di amuse bouche che affligge tanto fine dining contemporaneo: ne basta uno, ben fatto, e altrettanto vale per la piccola pasticceria finale.
I piatti che raccontano due menti diverse
La cucina di Àlea è il risultato di una tensione creativa dichiarata dai due chef stessi: “Giulio è più mente, Alessandro più sentimento”, si legge nel racconto dei fondatori, che descrivono il processo di costruzione dei menu come qualcosa di simile a “una relazione di coppia”, fatta di discussioni e riconciliazioni.
Questo equilibrio tra istinto e ragione si traduce in piatti che giocano costantemente con l’aspettativa: l’aperitivo all’italiana in apertura di degustazione presenta arachidi che sono in realtà fegatini di pollo, olive che diventano un taco-bruschetta, e un peperoncino ripieno piemontese trasformato in una sferificazione con cuore di tomino.
Tra i piatti più raccontati figurano il flan di bietola e bagnacauda alla nocciola, i plin al sugo di noci — impeccabili nella texture — e un’interpretazione del coniglio alla ligure con cipollotto descritta come “eccezionale” dai recensori.
Sul fronte dolce, il soufflé al bergamotto con sorbetto di pompelmo chiude la degustazione con una nota insieme golosa e rinfrescante, mentre il risolatte al Barbera viene definito una vera apoteosi.
Un territorio
Dietro l’ambizione creativa di Àlea si nasconde un progetto di radicamento territoriale non banale.
I due chef selezionano ingredienti sostenendo artigiani, agricoltori e cantine del Monferrato, e la carta dei vini — costruita con il supporto del sommelier e vigneron Davide Canina — punta su piccole etichette locali, incluso un lavoro in corso sul Monferace, il grignolino d’eccellenza custodito negli infernot patrimonio UNESCO.
Gli chef stessi riconoscono che “il territorio è un po’ diffidente”, ed è per questo che stanno pianificando l’apertura di una terrazza con servizio bistrot più informale, capace di avvicinare nuovi avventori a piatti più semplici prima di condurli verso l’esperienza principale.
Il giudizio complessivo che emerge dalle recensioni è quello di un ristorante ancora giovane ma già maturo nelle intenzioni: prezzi giudicati adeguati, coinvolgimento in sala apprezzato, e un equilibrio nutrizionale nelle porzioni che permette di lasciare la tavola satolli ma non appesantiti — un dettaglio che oggi, en passant, va considerato quasi un lusso.
Come recita il nome stesso del ristorante, il dado è stato tratto, e la sua partita, a un anno dall’apertura, è appena all’inizio della sua maturazione.




