Interviste

La Guerra dei Murazzi e la Torino di Enrico Remmert

Esce oggi 14 settembre – La Guerra dei Murazzi – il nuovo romanzo dello scrittore torinese Enrico Remmert.

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In – La Guerra dei Murazzi“l’autore raduna, in una Torino più magica che vera o in una Cuba più sognata che reale, una folla di personaggi, ciascuno legato a un destino al quale vuole aderire o dal quale vuole liberarsi.

Un buttafuori albanese, una ragazza cubana, un parrucchiere giapponese, un gruppo di hooligan inglesi, due serbi allevatori di cani, e tanti altri: su di loro incombe la Storia con tutto il suo peso inerte e la sua pressione senza volto”.

La Guerra dei Murazzi: parla l’autore

Abbiamo intervistato Enrico Remmert per parlare del libro ma anche del significato di Murazzi per la nostra generazione di quarantenni, a cavallo fra la fine della Torino operaia e la crescita della Torino “laboratorio” in cerca di nuova identità e forse di linfa vitale.

Se dovessi usare dei colori per descrivere la Torino de La Guerra dei Murazzi, quali useresti?

Domanda insolita. Fammici pensare. Direi il nero, visto che si tratta di quattro storie ambientate prevalentemente di notte, e poi il rosso, visto che tre su quattro sono storie d’amore e altre tre su quattro (non le stesse) sono storie violentissime.

Però direi anche l’azzurro, come il cielo, perché malgrado tutto, da qualche parte, in ciascuno dei racconti c’è sempre una luce, qualcosa che dice al lettore: va bene, è terribile, ma è anche imperdibile.

Per chi oggi ha 40 anni i Murazzi sono stati il simbolo della trasgressione, dell’emancipazione, della crescita e di mille altre cose. Tu come li hai vissuti e cosa hai portato dentro del tuo vissuto nel libro?

Per un decennio, da fine anni Ottanta a fine anni Novanta, i Murazzi sono stati quasi una seconda casa.

Tanto che nei miei primi due romanzi – Rossenotti (1997) e La Ballata delle canaglie (2002) – sono onnipresenti.

In questi ultimi giorni, proprio per via del nuovo libro, ho re-incontrato parecchi dei protagonisti di quegli anni, persone che non vedevo da un po’, anche per il fatto che lavoro molto in giro per l’Italia.

A partire da Giancarlo, totemico gestore del luogo più frequentato dei Murazzi, per continuare con parecchi dei veterani di quel locale, Dario, Tati, Alessandra, Max Casacci e Samuel dei Subsonica.

Perciò abbiamo parlato a lungo di quel periodo, ma senza malinconie di sorta. Il Tempo vince sempre, anche sullo Spazio, e quegli spazi meravigliosi davanti al fiume alla fine non interessavano più alle nuove generazioni.

Cinque anni fa, quando i Murazzi sono stati chiusi, abbiamo celebrato i Funerali: l’età media era altissima.

Nel libro il mio vissuto c’è, ovviamente, tutto: quando, nel 1995, Khalid Moufaghib morì annegato dopo essere stato ammanettato dai Carabinieri io ero a cinque metri.

Sono un testimone oculare di quel periodo e di una regola elementare che nessuno sembra mai notare: quando una situazione diventa esplosiva poi alla fine esplode.

Ti sei mai chiesto perchè proprio le architetture dei Murazzi sono state il teatro di un’esperienza creativa e sociale forse irripetibile per Torino?

Nel libro cerco di raccontare proprio questo, fin dal principio: ovvero dal momento in cui Fiore Pautasso, come fosse lo stantuffo di una siringa, infilò un tram dentro un cunicolo e nacque il Sax. 

E poi Giancarlo, il CSA e così via. La storia dei Murazzi è emblematica: un luogo di carbonari che in pochi anni si trasformò nella passeggiata di Sanremo, per poi tornare a tarda ora un luogo di carbonari.

Personalmente credo alla magia dei luoghi e all’energia del genius loci: quel posto ci attirò fin dall’inizio, un po’ per questa magia un po’ perché a Torino allora non c’era molto altro:  l’Hiroshima in via Belfiore, Studio 2, Big, l’Uovo, una manciata di Pub, per dire le prime cose che mi vengono in mente.

Credo soprattutto che a Torino, che allora era anche peggio della città grigia che si racconta, ci fosse una presenza sotterranea di talenti più o meno artistici che cercavano di incontrarsi, ma senza sapere dove: lo Studio 2 fu un primo bacino, i Murazzi la diretta conseguenza.

Tra i frequentatori c’erano un mucchio di persone che poi sono diventate artisti famosi, fotografi, musicisti, grafici, dj, scrittori, e così via.

Soprattutto mi ricordo di un mucchio di gente di talento che poi famosa non lo è diventata per niente. Erano questi i più interessanti: quelli che avevano il dono ma a cui è sempre mancata la costanza dell’impegno.

I Murazzi erano questa roba qui: due o trecento persone piene di vita e di voglia di fare.

Per dirne uno, Andrej Barbieri prima avventore e poi socio di Giancarlo, poi ristoratore con alterne fortune ma tanto talento, fino a diventare uno dei giurati del Masterchef croato. Adesso ha mollato tutto per l’ennesima volta e si è trasferito a Doha, in Quatar.

L’ho sentito ieri. Questa è un’altra cosa bella: che tutto quel gruppo lì, anche se non ci si incontra mai, sa da dove arriva.

Personalmente non mi stupisce che i Murazzi non siamo mai diventati un “brand” in grado di sopravvivere alle trasformazioni della città, ma tu come te lo spieghi?

A un certo momento è arrivata una doppia scure: i giudici da un parte e i comitati antimovida dall’altra.

In più la politica non ha mosso un dito. I motivi veri non si possono dire, perché se no arrivano le querele. Ma chi conosce il mondo, o anche solo il cinema di Elio Petri, ci puoi arrivare in un attimo.

Il problema è che hanno chiuso il luogo di Torino più famoso: a quei tempi qualunque turista giovane arrivasse in città sapeva benissimo che quello era il posto da non perdere. Chiuderli è stata una pazzia. Ma noi torinesi siamo pazzi, perciò ci sta.

Come vivi la Torino contemporanea della “Movida” e delle nuove aperture che si susseguono?

Torino è diventata una città misteriosamente ricca: ogni due giorni apre un nuovo locale – ce ne sono centinaia – durano sei mesi e poi cambiano gestione.

Arriva uno nuovo e rifà tutto, cambia il nome, il bancone, la cucina, l’arredamento, e il ciclo ricomincia.

Ho l’impressione che l’offerta sia molto superiore alla domanda, ma ripeto, sembra che gli investitori non manchino. Personalmente esco poco e amo le piazze piccole: piazza Emanuele Filiberto, che dopo un periodo di crisi si è risollevata grazie al talento di chi ci lavora, piazza IV Marzo, piazza Santa Giulia, piazza Carlina, piazza Madama Cristina, insomma quelle.

Le sento più a misura d’uomo, come le piazze di un piccolo paese.

Immagina di aver di fronte una persona che non conosce Torino: come la definiresti per introdurla?

Con le parole di Casorati: ordinata come un teorema, astratta come una scacchiera, enigmatica come una cabala. Quanto la amo.

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